Essere re e regine, uomini e donne vere, è affrontare ciò che c’è d’affrontare.
La dignità mi viene dal non sottrarmi alle sfide della vita: c’è una novità, c’è un cambiamento, c’è un problema, c’è una scelta, c’è una qualunque cosa: non faccio finta di niente, non do la colpa agli altri, non cerco vie di fuga o scappatoie, l’affronto.
Così facendo siamo gli artefici, gli autori, i protagonisti della nostra vita e la forgiamo come desideriamo noi. Così facendo ci sentiamo fieri di noi perché diventiamo i responsabili di noi stessi.
Essere re vuol dire essere umani e, come tutti gli uomini, nella scala dell’apprendimento facciamo delle scelte che non corrispondono a quello che desideriamo. Ma non ne faccio un dramma: mi perdono. Solo chi è onnipotente, chi si crede Dio, non si perdona e non si accetta nella sua umanità. Quando avete imparato a camminare, quante volte siete caduti? Tante! Ma non avete smesso di provarci… e provandoci, anche se cadevate giù, avete imparare a camminare.
Allora: imparo da ogni errore, così l’errore diventa un apprendimento.
Mi perdono che vuol dire, non mi dico: “Faccio schifo!”, ma: “Ok, così no, adesso l’hai capito. Ieri ho sbagliato. Bene, ho imparato che oggi farò diversamente.”. Il perdono dà la pace del cuore, subito, e la possibilità di creare un oggi diverso da ieri. Come disse Rossella O’Hara nel film Via col Vento: “Dopotutto, domani è un altro giorno”. Col perdono, domani sarà diverso da ieri e “oggi sarai con me in paradiso”, in pace (23,43).

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