domenica 22 dicembre 2013

Fermati e ascolta.

Sono sentenze di morte: uno si sente la vita già fatta, già programmata, già decisa. Si sente in gabbia. Certo l’influenza della famiglia è decisiva, fondamentale. Se nasci in Italia impari l’Italiano. Se nasci in una famiglia impari quel linguaggio familiare. Ma non è un destino segnato, incontrovertibile, già fissato. Io posso costruire il mio destino; io posso sottrarmi all’influsso, alla dipendenza familiare; posso rompere la catena che mi tiene legato a certe situazioni che si perpetuano nel tempo.

Ma l’uomo dev’essere accogliente, aperto, sensibile, altrimenti il messaggio non viene letto, non viene accolto e non viene recepito. Per questo è importante saper ascoltare, fermarsi, far silenzio, darsi l’opportunità e l’occasione per poter sentire, per poterci sentire, per poterLo sentire.

Ci sono delle cose che dovremmo vedere ma che ci fanno troppo male. Allora la nostra mente le elimina: “Non ti voglio vedere altrimenti starò male” e così le di-mentichiamo. Ma da qualche parte ci sono e di notte quando i guardiani (le censure) delle nostre cantine dormono, tutto ciò che è sopito si risveglia. Così sogniamo mostri, demoni (alcune persone il demonio stesso: non è il demonio, è il male che hai dentro!), campi di concentramento, nazisti e quant’altro di pericoloso che ci terrorizza, ci insegue, ci vuole imprigionare, ci attacca. E’ la nostra vita repressa, rinchiusa, umiliata, incarcerata, sofferente, traumatizzata, che si fa sentire, che vorrebbe la nostra attenzione e il nostro amore. Ci sono delle luci in noi, delle consapevolezze così grandi che se ci fossero dette di giorno non ci crederemmo. Il sogno svela di notte quello che per noi è troppo difficile o forte da accettare; oppure quello che non vogliamo vedere o che è intenso, emotivamente forte; o ancora la nostra verità profonda, così vera, così bella che noi non ci crediamo. Molte persone non credono al proprio valore. Però sognano perle, gioielli, orecchini, pendagli, tesori antichi: “Tu hai un valore, sei prezioso, renditene conto”. Più chiaro di così! Per molte persone, i sogni sono dei raccontini, dei divertimenti; divengono delle verità se le accogli e inizi ad accettare che ciò che vedi ti ri-guarda, sei tu. Il sogno è più reale di quello che noi crediamo perché il sogno parla di noi anche se noi non lo vogliamo, anche se noi rifiutiamo di identificarci in ciò che vediamo, anche se noi rifiutiamo quello che Lui ci dice. Conoscere i propri sogni è un esercizio di grande umiltà. Perché il sogno ti dice: “Tu sei in carcere, accorgitene. Tu hai una rabbia da far a pezzi tutti (e così si sogna di massacrare e di uccidere, oppure denti che cadono). Tu hai qualcosa di morto in te, un cadavere che devi tirare fuori (e si sogna persone morte). In te c’è una battaglia e un conflitto tremendo (sogni nazisti, guerre, sparatorie). C’è qualcosa che dovresti vedere e che non vuoi vedere, che ti insegue (inseguimenti). Hai perso il controllo della tua vita, non la gestisci più tu (un altro guida la tua auto; l’auto non frena); la tua vita sta imboccando una direzione pericolosa, fermati! (sogni un incidente). Sento che non posso contare su di me (sogno di cadere), che non ho appoggi, aiuti, riferimenti; la mia forza profonda, la mia vitalità, la mia sessualità vuole la mia attenzione (serpenti); c’è una parte della mia persona che sta vegetando o che è ammalata (ospedale, medici); ti manca qualcosa (sogni di essere in ritardo, di mancare l’appuntamento, di perdere qualcosa); il tuo istinto, i tuoi bisogni vogliono la tua attenzione (animali). Sei pieno di emozioni dolorose (sangue) o di cui sei in balia (mare in tempesta, onde altissime). C’è qualcosa che sta per nascere (essere incinti): accorgitene; stai per trovare la soluzione ad una situazione difficile (trovi una chiave, un passaggio, strada nuova). Noi possiamo essere scettici, perplessi, indifferenti a tutto questo. Possiamo addirittura ridacchiare. L’atteggiamento che l’uomo ha per i sogni è lo stesso atteggiamento che ha per la propria anima. Perché se accetti questa luce che viene devi fare qualcosa. E questo non ci piace tanto. Se accetti ciò che Dio tenta di dirti allora non puoi più far finta di niente. Per questo è più facile dire: “Sono solo sogni”, come a dire: “Stupidaggini, scemenze”. Per questo è più facile ridere e sghignazzare. Altri vorrebbero leggere un libro e interpretare: il libro dice che questo simbolo vuol dire questo. La loro domanda è: “Cosa vuol dire?”. Non cosa vuol dire ma: “Cosa ti vuol dire”. Non devi chiedere all’esperto, devi imparare ad ascoltare il suo messaggio, a decifrare le sue immagini. Devi iniziare ad accoglierlo, ad amarlo, a fargli spazio, perché ciò che vedi sei tu. Un sogno non è questione di curiosità ma è un messaggio di Dio, del profondo. Un sogno, quindi, non è mai uno sfizio della mente ma una spinta ad agire, a diventare consapevoli. Un sogno è un cammino, una strada: ci puoi credere o no, tutto sta a te. Se ci credi il sogno ti dice: “Tu sei così. Tu stai andando in questa direzione. Lo sai, quindi, non aver paura e affronta ciò che devi affrontare”. Un sogno ti coinvolge. Se non ci credi è solo un discorso da salotto e non serve a niente.

RICOMINCIA!

RICOMINCIA Se sei stanco e la strada ti sembra lunga, se ti accorgi che hai sbagliato strada, ...Non lasciarti portare dai giorni e dai tempi, Ricomincia. Se la vita ti sembra troppo assurda, Se sei deluso da troppe cose e da troppe persone ...Non cercare di capire il perché, Ricomincia. Se hai provato ad amare ed essere utile, Se hai conosciuto la povertà dei tuoi limiti, ...Non lasciar là un impegno assolto a metà, Ricomincia. Se gli altri ti guardano con rimprovero, Se sono delusi di te, irritati, ...Non ribellarti, non domandar loro nulla, Ricomincia. Perché l'albero germoglia di nuovo dimenticando l'inverno, Il ramo fiorisce senza domandare perché, E l'uccello fa il suo nido senza pensare all'autunno, Perché la vita è speranza e sempre ricomincia...

domenica 15 dicembre 2013

Basta aprire gli occhi!

Basta aprire gli occhi! Fermati, concediti tempo e guarda! Non c’è altro da fare. La gente corre e continua a correre sempre di più; cerca qualcosa che la stupisca, che la meravigli; cerca un’emozione forte che le riempia l’animo; c’è chi “si fa di coca” pur di trovare eccitazione. Ma la vita è già eccitante non serve provocare altre emozioni. Noi siamo un fenomeno in fibrillazione: gli atomi delle nostre cellule sono così “eccitati” che sembrano pazzi da quanto si muovono e danzano. La vita va contemplata non comprata; va guardata non presa; va assaggiata, gustata non posseduta. Quando noi guardiamo una foresta ci chiediamo quanto legname potremmo ricavarne; se vediamo le stelle alpine ce le portiamo a casa; se vediamo qualcosa di bello ce lo vogliamo comprare; se vediamo una bella donna la vorremmo possedere, la vorremmo tutta per noi. Guardiamo per prendere. Guardiamo ma non vediamo. Siamo ciechi e crediamo di vederci. Vedere è assaporare e gustare tutto, ma sapere che non si possiede nulla. Abbeverarsi di tutto ciò che si vede, che entra nei nostri cuori, nei volti, come la luce entra nelle nostre case: con rispetto. La luce entra ma non possiede, non cambia, non sporca, non rovina. Entra ed esce senza alterare nulla. A noi questo fa ridere: di ben altre cose dobbiamo occuparci noi! Ma perché poi siamo così tristi? Perché poi siamo così depressi? Perché poi ci lamentiamo sempre? Perché poi ci condanniamo a vivere rassegnati? E se tutto questo non ci riempie, non ci stupisce, allora nulla ci potrà riempire. Se questo non ci riempie è perché siamo ancora ciechi o, come direbbe Gesù, ammalati. Non è malattia dell’anima non guardare mai negli occhi, in silenzio, senza dire nulla, guardandosi non gli occhi ma dentro (cioè nell’anima), il proprio amore, chi ami, il tuo compagno di vita? Non è malattia dell’anima non osservare meravigliati il proprio figlio che gioca, che dorme, che fa le sue conquiste, che cresce, che diviene, che ride o che piange? Non è malattia dell’anima non vedere la sofferenza del proprio figlio, i suoi blocchi, le sue paure, non rendersene conto, neppure considerarle, neppure sentire la sofferenza che vive? Non è malattia dell’anima non vedere, neppure rendersi conto che si è sprezzanti, giudicanti, “cattivi”, che dentro si ha un demonio che assale chi c’è vicino e tutti quelli che incontriamo? Non è malattia dell’anima non rendersi conto, non vedere che non solo stiamo invecchiando, ma che soprattutto stiamo morendo dentro, vuoti di vitalità, di slanci, di passione? Non è malattia dell’anima non vedere le cose come stanno e trovare sempre giustificazioni, “che sono gli altri”, “che siamo sfortunati”, “che la vita va così”, “che se avessimo un altro carattere”, “che sono state le persone che abbiamo incontrato” o trovare sempre dei motivi validi per non vedere e affrontare mai la realtà (“è difficile; quando avrò tempo; domani; non ce la faccio”)? Non è malattia dell’anima essere indifferenti ai problemi di un pianeta che muore di fame, che muore d’inquinamento, che muore per gli interessi economici, che muore sostanzialmente per l’indifferenza di noi tutti?

domenica 8 dicembre 2013

8 dicembre - Immacolata Concezione

La donna concepisce. Come madre essa è differente dalla donna che ancora non è madre. Per nove mesi porta nel suo corpo le conseguenze di una notte. Cresce qualcosa. Qualcosa cresce nel suo corpo e dal suo corpo mai scomparirà. Poiché essa è madre. E rimane madre, anche se il bambino o tutti i bambini morissero. Poiché essa ha portato il bambino sotto il suo cuore. Poi, quando il bambino nascerà, essa continuerà a portarlo nel suo cuore. E dal suo cuore non scomparirà mai. Nemmeno quando il bambino fosse morto. Tutto questo l'uomo non lo conosce. Egli non sa nulla di tutto questo. Egli non conosce la differenza tra il prima e dopo dell'amore. Solo la donna sa, può parlare e testimoniare. Solo la donna sa la differenza tra il prima e il dopo dell'amore. (Testo abissino)

Verginità e Sterilità.

Non conta sapere cos'è la vita; l'importante è vivere. Non conta sapere chi è Dio; l'importante è esserne inebriati. Non conta sapere che cos'è l'amore; l'importante è amare. Non conta sapere qual è il mio destino; l'importante è viverlo. Non ti succeda mai che, mentre tu tenti di capire la vita, la vita passi.

Sei vergine quando dentro la tua testa ci sei tu e non quello che pensano gli altri. Sei contaminato quando dici sempre: "Ma cosa devo fare? Ma cosa si fa?'". Ma tu cosa pensi? Sei lontano da te, sei determinato da altri e da altri pensieri, e per questo non vivi la tua vita. Sei contaminato quando non puoi deludere gli altri, quando fai come tutti, quando ti conformi agli altri o alla maggioranza, quando hai la testa piena di paure o di pensieri. Sei contaminato quando guardi il mondo e non puoi che vedere lo schifo e il marcio che c'è. Sei contaminato quando guardi le persone e non puoi non sottolinearne i difetti e ciò che non va. Sei contaminato quando sei sempre triste, depresso, arrabbiato: ma dov'è finita la gioia del tuo bambino? Sei contaminato quando la vita non esplode più in te. Perché non sai più emozionarti, gioire? Sei contaminato quando riduci i tuoi sogni e la tua missione per non esporti troppo, per non rischiare, perché non si sa mai: hai guadagnato "tranquillità" ma hai tradito la tua anima, il Dio che c'è in te. Sei contaminato quando stai rivivendo pari pari la vita dei tuoi genitori e non te ne accorgi neanche. Sei come loro, ti comporti come loro e per quanto neghi, stai ripetendo. Sei contaminato quando guardi per possedere, per prendere, quando invidi, quando sei avido di quello che gli altri hanno, quando non sai godere della felicità di altri. Hai perso la tua verginità quando non c'è più nulla di spontaneo, di tuo, ma tutto è calcolato, tutto è ponderato, tutto si conforma all'immagine da dare; hai perso la verginità quando non sai più chi sei. Ho visto un servizio su di una tribù dell'Australia che per migliaia di anni ha vissuto secondo le leggi della natura e sono stati felici e in pace. Poi è arrivata la civiltà occidentale: auto, coca-cola, televisione, radio, soldi, armi. La tribù si è "convertita" ed è sparita nel giro di cinquant'anni. Quando perdi la tua identità e ti fai contaminare fai la stessa fine: sparisci! Il pericolo della verginità è la sterilità: nulla da eccepire sulla tua vita semplicemente perché non c'è proprio nulla. Quante vite sterili: si è perso la vitalità, si è persa la persona.

domenica 1 dicembre 2013

Voglio che la morte mi trovi vivo.

A volte basterebbe solamente fermarsi un attimo ed essere veri con sé: “Perché sono così infelice? Perché sono sempre insoddisfatto con tutti? Perché sono sempre inquieto, tormentato, nervoso?”. A volte basterebbe farsi la grande domanda: “Perché non mi fermo e mi ascolto? Perché non do voce a ciò che ho dentro? Perché devo correre sempre, fare in continuazione e non posso ascoltarmi? Se non posso ascoltarmi vuol dire che c’è qualcosa che temo dentro di me. Se non posso ascoltarmi vuol dire che sono sempre in fuga per non sentire certe cose. Ma se neppure io ascolto me stesso, chi lo farà? E come potrò ascoltare gli altri se neppure so ascoltare me stesso?”

Il grande rischio è quello, presi dalla quotidianità, dalle preoccupazioni e soprattutto da mille distrazioni, di lasciar morire la parte più vera di noi, la nostra vitalità interna. Morte non è solo uccidere qualcuno, ferire, denigrare o picchiare. Morte è non essere ciò che posso essere. Morte è non far uscire l'energia, la vitalità, che c'è in me. Morte è non tirare fuori le mie doti, le mie capacità. Morte è vivere a bassa quota quando si è aquile. Morte è non provare più nulla, essere freddi, non sapersi né entusiasmare né indignare, essere apatici, abulici, senza emozioni. Morte è non sapersi più innamorare per paura di ciò che poi potrà succedere o non credere più nell'amore. Morte è non saper più piangere, ridere o commuoversi, amare. Alcuni uomini muoiono una volta sola, altri tutti i giorni. Voglio che la morte mi trovi vivo.

domenica 24 novembre 2013

Dipende da te.

Una situazione non è buona o cattiva: dipende da te.
E’ cattiva se la subisci; è buona se impari ciò che devi imparare.

Il poteRe dell'AmoRE.

Il potere dell'amore è l'amore senza potere. 
L'amore del potere conduce ad avere potere ma non amore. 
E' il dominio. 
Il potere dell'amore conduce ad avere amore ma non potere. 
E' la libertà.

Tu sei Re*

Essere re e regine, uomini e donne vere, è affrontare ciò che c’è d’affrontare. 
La dignità mi viene dal non sottrarmi alle sfide della vita: c’è una novità, c’è un cambiamento, c’è un problema, c’è una scelta, c’è una qualunque cosa: non faccio finta di niente, non do la colpa agli altri, non cerco vie di fuga o scappatoie, l’affronto. 
Così facendo siamo gli artefici, gli autori, i protagonisti della nostra vita e la forgiamo come desideriamo noi. Così facendo ci sentiamo fieri di noi perché diventiamo i responsabili di noi stessi.

Essere re vuol dire essere umani e, come tutti gli uomini, nella scala dell’apprendimento facciamo delle scelte che non corrispondono a quello che desideriamo. Ma non ne faccio un dramma: mi perdono. Solo chi è onnipotente, chi si crede Dio, non si perdona e non si accetta nella sua umanità. Quando avete imparato a camminare, quante volte siete caduti? Tante! Ma non avete smesso di provarci… e provandoci, anche se cadevate giù, avete imparare a camminare.
Allora: imparo da ogni errore, così l’errore diventa un apprendimento.
Mi perdono che vuol dire, non mi dico: “Faccio schifo!”, ma: “Ok, così no, adesso l’hai capito. Ieri ho sbagliato. Bene, ho imparato che oggi farò diversamente.”. Il perdono dà la pace del cuore, subito, e la possibilità di creare un oggi diverso da ieri. Come disse Rossella O’Hara nel film Via col Vento: “Dopotutto, domani è un altro giorno”. Col perdono, domani sarà diverso da ieri e “oggi sarai con me in paradiso”, in pace (23,43).

La strada del buio sarà la strada della luce.

Al termine della strada non c'è la strada, ma il traguardo. 
Al termine della scalata non c'è la scalata, ma la sommità. 
Al termine della notte non c'è la notte, ma l'aurora. 
Al termine dell'inverno non c'è l'inverno, ma la primavera. 
Al termine della morte non c'è la morte, ma la vita.

Quando tutte le certezze sono crollate allora emerge la unica e vera certezza: Lui. Quando rimane solo il buio allora emerge la luce. Quando tu non hai più nessuna pila o candela o lanterna per illuminare il buio ma sprofondi nel buio totale allora emerge il Sole. 
Ad un certo punto mi arrendo e mi devo (o mi toccherà) lasciarmi portare lì dove non voglio andare. 
Ad un certo punto mi devo arrendere e fidarmi. 
Ma la strada del buio sarà la strada della luce. 
La via della morte sarà la via della Vita.

domenica 10 novembre 2013

Inferno e demoni.

Inferno è essere pieni d'amore e non riuscire ad amare. 
Inferno è essere in balia dei propri demoni interiori.

domenica 3 novembre 2013

Pensaci bene.

L'amore ti cambia la vita. Quindi pensaci bene prima perché non si può vivere l'amore ed essere sempre gli stessi.

venerdì 1 novembre 2013

Il coraggio di sognare

Il mondo è nelle mani di coloro che hanno il coraggio di sognare e di correre il rischio di vivere i propri sogni.

domenica 27 ottobre 2013

Guardati, riconosciti, vediti...

Di fronte agli altri, io posso giocare al trucco della menzogna, dell’apparenza, della mia funzione, del mio ruolo; posso mascherarmi e crearmi certe immagini. In fondo, chi lo sa? Chi mi vede dentro? Ma di fronte a Dio questi teatrini cadono, questi trucchi cadono tutti e si rimane davanti alla propria verità, nudi e spogli. La vera preghiera è quella che mi fa entrare nella grande verità di me stesso. E la grande verità di me stesso è quella per cui senza menzogne, senza false apparenze mi ritrovo di fronte a Dio. Gli altri vedono il mio involucro, ciò che io voglio far vedere: vedono la mia pelle, l’esterno, il fuori. Mi vedono pregare, andare in chiesa, fare certe cose, cosa vuoi che dicano? Cosa possono dire? Diranno: “Ma che bella persona! Che bravo cristiano! Che uomo santo”. Gli altri non mi possono vedere dentro e questo io lo so. Allora io posso nascondere agli altri e soprattutto a me tutto ciò che è negativo, ciò che è imperfetto, ciò che è doloroso, i miei limiti, le mie zone d’ombra, i miei lati oscuri. Posso addirittura nascondermeli così bene che me ne dimentico, che neppure mi accorgo di averli più: li metto in cantina, in soffitta. Non li vedo più e quindi, credo, che non ci siano. Non li vedo e così mi posso vedere “più” degli altri: più bravo, più giusto, più umano, più religioso. Così mi confronto e mi ritengo di più degli altri. Dio, però, mi vede e mi conosce dentro. La vera preghiera è quella dove non ci si nasconde ai suoi occhi. Ti dice: “Questo sei tu, guardati, riconosciti, vediti”. E a volte non ci piace guardarci. Gli altri, quelli sì, che ci piace guardare. Ma noi, noi no!!! La preghiera del pubblicano non si nasconde la verità: “Abbi pietà di me peccatore”. Perché lui è così. Il pubblicano chiede misericordia, pace, riconciliazione, sui suoi ricordi negativi, sul malessere e sulle sue zone vuote, sulle ferite e sulle sue mancanze d’affetto, sul male che ha inflitto agli altri, sul peccato e sugli errori suoi. Il pubblicano riconosce la sua situazione, la sua realtà. Il pubblicano non si mente e non si inganna. Solo quando uno si riconosce povero davanti a Dio solo allora può ricevere la ricchezza, che è Dio stesso. Il pubblicano sa di aver bisogno della mano di Dio che venga, che lo accolga, che lo abbracci, che gli ridia dignità e che lo salvi dalla fossa. Lui sa di essere ammalato e sa di aver bisogno del medico che è Dio. Per questo torna a casa giustificato, cioè, amato, liberato e pacificato.

domenica 13 ottobre 2013

Io sono importante per me!

Se gli altri mi giudicano, io non lo farò con me.
Se gli altri non mi valutano, io non lo farò con me. Se gli altri mi rifiutano, io non lo farò con me. Perché io sono importante per me. Non posso chiedere agli altri quello che neppure io faccio per me. Io sono importante per me. E se un giorno lo sarò anche per gli altri… tanto meglio!

domenica 6 ottobre 2013

Lascia che Dio faccia Dio: tu stai al tuo posto.

Tutto è possibile per chi crede. 
Chi crede sa che avrà tutto ciò che desidera... 
ma non come vuole lui ma bensì come vuole Lui. 
Per cui non chiedere mai una cosa ma di vivere un valore. 
Il come non sta a te deciderlo. 
Lascia che Dio faccia Dio: tu sta al tuo posto. 
E avrai molto di più di ciò desideravi. 
La fede è la possibilità di ogni cosa.

domenica 29 settembre 2013

Strano ma vero...

Ciò che rifiuti, ti rifiuterà. Ciò che rinneghi, ti rinnegherà.
Ciò di cui non ti prendi cura, non si prenderà cura di te. 
Ciò che abbandoni, t’abbandonerà. 
Ciò che non sviluppi, si leverà contro di te e ti condannerà.

***
Strano: si compiange chi è tardo di piede e non chi è tardo di spirito.
E chi è cieco negli occhi anziché chi è cieco nel cuore.

domenica 22 settembre 2013

Sorridi e ringrazia te stesso.

Fa’ sempre del tuo meglio in tutto ciò che puoi.
Non chiederti mai cosa fanno gli altri; non chiederti mai cosa hai fatto ieri; non chiederti mai se è il caso o se l’altro lo merita. 
Tu fa’ sempre del tuo meglio in ogni momento e quando, nonostante tutto, non ci riuscirai stendi le braccia, affidati a Dio e sorridi e ringrazia te stesso per ciò che hai fatto.

domenica 15 settembre 2013

Siamo ciò che scegliamo.

Uscire, rischiare di perdersi e vivere; 
oppure rimanere per paura, giudicare gli altri e prendersela con il mondo? 
La gente che ha sempre da dire 
è perché ha paura di vivere e di uscire, 
e così, per giustificarsi, brontola. Ognuno faccia la sua scelta. 
Ognuno è costretto a scegliere: 
uscire o rimanere. 
Ognuno sarà ciò che sceglierà.

domenica 1 settembre 2013

Realtà.

“Ho incontrato un serpente. Ho chiuso gli occhi per non vederlo. Mi ha morso lo stesso”.


Come vorrei, come sognerei che le cose fossero diverse. E invece no, sono così. Questo è il mondo, questa è la realtà. La realtà fa male, e certe volte tremendamente male. Perché la vita non è quella che noi vorremmo, quella che noi ci aspetteremo, quella che noi sogniamo, quella che noi abbiamo in testa o che fantastichiamo. La vita è questa. Allora guardo la realtà e guardo al materiale che ho davanti e mi dico: io sono questo. Cosa posso realisticamente vivere, costruire, realizzare? E poi guardo al mondo che mi è attorno e mi chiedo: questo è il mondo, mi va di vivere in questo mondo? Mi va di amare e di impegnarmi in questo mondo? Questa nostra vita e questo nostro mondo è l’unico spazio del possibile, l’unico posto in cui stare. Stiamoci ora. Devo rinunciare ad un idealismo troppo alto, a molte pretese su di me, sugli altri e sul mondo, ad aspirazioni troppo infantili (cioè esagerate). Questo mondo non è perfetto, è questo. E l’unica possibilità che ho è di amare un mondo imperfetto e a volte molto crudele, ma è l’unico che esiste. Io stesso sono molto, ma proprio molto imperfetto, ma l’unica possibilità che ho è di prendermi così come sono e tentare di vivere, e di voler costruire qualcosa di significativo con la mia esistenza che è questa. Mi guardo attorno e mi dico: “Questo esiste, nient’altro che questo”. Questo è l’unico mondo da amare, in cui vivere, in cui lottare, in cui espandermi. Non ce n’è un altro di migliore o di diverso. C’è solo questo.

La perfezione...

Più sali in alto e più sarà tremendo il tonfo. E arriverà!

Io, a volte, vorrei essere come quel pranzo: perfetto. Vorrei che tutto fosse a posto nella mia vita, che tutto fosse in ordine, che tutto fosse “prestigioso”, che tutto fosse “ricco”. Vorrei non vedermi zoppicare: perché dico agli altri, ma a volte io stesso non faccio ciò che dico loro. Vorrei non vedermi cieco: che non mi accorgo dei miei limiti, delle mie paure, fragilità, che tiro dritto e faccio finta che tutto sia ok. Vorrei non vedermi povero: cioè bisognoso di attenzioni, di amore, di ricevere, di imparare; povero di fiducia, di energia, di vitalità. Mi piacerebbe, come vorrei!, essere sempre al massimo, efficiente, perfetto. E invece ogni volta che vado al pranzo della domenica, alla festa dell’eucarestia, devo invitare anche tutto ciò che è imperfetto, piccolo, storpio, zoppo, disabile in me, perché anche lui ha diritto di esserci, anche se non è come io lo vorrei, anche se non è come i miei criteri, anche se non è come io pretendo. Perché tutto ciò che vive ha il diritto di vivere. Le mie parti forti, perfette mi ricambiano già. Il fatto di sapere di essere intelligente, simpatico, affascinante è già un ricambio ai miei occhi e a quelli degli altri. Ma amarmi è accogliere ciò che in me è debole e che magari non è particolarmente apprezzato né dagli altri né da me, ma che è mio. Ciò che è imperfetto, fragile, vulnerabile lo devo amare non perché ha da ricambiarmi, non perché è un punto di forza, ma solo perché è mio, perché mi appartiene. Questo è l’amore: amare ciò da cui non hai un ritorno. Vivi così e sarai felice. Chi vive così, vive “e sarai beato perché non hanno da ricambiarti”.

Si impara dagli animali, dai fiori, dal vento. Chi vuole imparare, chi ha occhi, impara da tutto. E chi non vuol imparare non impara da niente. La vita è la mia più grande maestra, se voglio imparare. Si impara dagli uomini da quello che dicono, da quello che fanno, da come si comportano, da come gesticolano, dai loro occhi, dalle loro espressioni, dal loro modo di camminare. Guardando le persone si capiscono un’infinità di cose. Basta guardare.

Da cosa dipende il tuo valore?

La questione profonda è però il valore: il posto non fa il valore. Se il posto determina il tuo valore, allora vuol dire che tu non hai valore. Facciamo il caso che tu ti senti “importante” perché hai un bel posto, riconosciuto e magari invidiato. Ma chi è che è stimato: te come persona o il tuo posto? E’ il dramma delle persone famose: sono amate non perché sono persone ma perché sono famose. Se ti senti “qualcuno” perché sei laureato o hai dei titoli, chi saresti senza tutto questo? Lo studio dà una competenza non il valore! Se ti senti “qualcuno” perché gli altri ti stimano, chi saresti senza l’approvazione degli altri? La stima degli altri vissuta così diventa una dipendenza. Se ti senti “degno di rispetto” perché non hai mai fatto nulla di male, cosa faresti in caso di errore? L’errore, vissuto così, non è più occasione per imparare ma dramma di vita. Se ti senti “qualcuno” perché puoi permetterti questo e quello, chi saresti senza tutto ciò? Le cose, vissute così, diventano idoli. Ma se qualcosa determina il mio valore, allora non lo posso perdere perché se lo perdo, perdo il mio valore. Quindi mi attacco e ne divento schiavo. Quando facciamo dipendere il nostro valore da un posto iniziano i problemi. Se il tuo valore dipende dalla funzione genitoriale (cioè ti senti qualcuno perché dai, ti prendi cura, ti preoccupi e i figli assolvono pienamente questa funzione e questo bisogno di dare) come puoi lasciarli andare? E se vanno, che te ne fai dopo della vita? Se il tuo valore dipende dal fatto che sei una bella donna, quando passano gli anni che fai? D’accordo un lifting, una liposuzione, il botulino, ma l’unico valore è essere belli?

domenica 25 agosto 2013

Il punto sei tu.

Più uno parla e si interessa della vita degli altri e meno è capace di vivere la propria. Il punto sei tu.

Bisogna sforzarsi, bisogna fare, compiere certi passaggi nella vita, altrimenti si muore (dentro). Bisogna operare delle evoluzioni, entrare in certe situazioni, in certe questioni, affrontare certe paure. Perché viene un momento in cui è troppo tardi, viene un momento in cui non c’è più niente da fare. Allora la vita stessa ci dirà: “Non ti conosco! Troppo tardi! Dovevi pensarci prima! Adesso!?”. Ma non è una punizione della vita, è una conseguenza del nostro agire.

Nessuno dice che certe questioni siano facili, ma bisogna passarci dentro, bisogna affrontarle. Forse fanno paura; forse faranno piangere; forse creeranno tensione o lacerazione o separazione. Ma se le lasci lì, se fai finta di niente verrà un giorno in cui sarà troppo tardi, in cui non ci sarà più niente da fare. Nessuno ha mai detto che crescere sia facile: a volte è doloroso, a volte ti costringe a scegliere, a volte “fa male”. Ma bisogna entrare dentro, bisogna affrontare certe questioni, bisogna compiere certi passaggi.

Per capire le mie paure, il perché reagisco urlando quando qualcuno mi fa un’osservazione o il perché non parlo più se uno urla contro di me oppure perché sono così timido o insicuro da vergognarmi di tutto, o il perché soffro di attacchi di panico o non dormo alla notte, non posso sperare nel “tutto e subito”. Devo sforzarmi: cioè devo lottare, desiderare di capire, di conoscere, devo provarci, entrare dentro la questione, sviscerarla, scavare, cercare: è una battaglia! Altrimenti non ci tengo; se mollo subito vuol dire che non ci tengo tanto, che mi va bene così.

Tu vivi pure lontano da te stesso, non avere mai tempo per te (non hai mai tempo o ti trovi sempre qualcosa in modo da non aver tempo?), non porti certe domande perché sono pericolose, ma non ti lamentare se un giorno ti sentirai vuoto, insoddisfatto. Perché ciò che fai ha le sue conseguenze.

Bisogna passare per certi passaggi; sono angusti, difficili, dolorosi, ma ci devo entrare. Certi incroci, certe questioni devono essere affrontate costi quel che costi, perché altrimenti non si progredisce e ci si ferma. Ognuno raccoglierà ciò che avrà seminato

In cammino.

Se una cosa s’ha da fare, s’ha da fare.
Ciò che facciamo agli altri in realtà è ciò che facciamo a noi. Quello che fai è quello che avrai; quello che fai è quello che sarai.

Se non sei in cammino sei fermo. Se sei fermo non vai da nessuna parte. Le persone vive, camminano, si muovono, cambiano, divengono, si trasformano, scelgono. Le persone morte rimangono fisse, stabili, si irrigidiscono, si intestardiscono, si impuntano.

Evolvere è incontrare il diverso, gente nuova, gente diversa, idee diverse, posizioni diverse. Quelle “come te” le conosci già!, non ti servono. Sono rassicuranti (per forza non ti mettono in discussione!), ma non ti servono per andare avanti, per procedere, per crescere. Il più grande comando della vita è evolvere, andare avanti, procedere, camminare, divenire.

domenica 18 agosto 2013

Scegli di diventare TE STESSO.

La vita ti chiama a scegliere e scegliere è prendere questo per lasciare quello. 
Uno dei nostri sogni, invece, è quello di poter prendere tutto e tutti: non è possibile. 
Bisogna schierarsi nella vita, bisogna prendere le parti e una direzione ben chiara: o di qua o di là. 
E' l'uomo inconsistente, senza struttura, senza midollo, che cerca di salvare tutto. 
E non schierarsi è già uno schieramento e una posizione.

Diventare se stessi vuol dire deludere le aspettative di chi c'è vicino; e ce lo diranno! Diventare se stessi vuol dire rispondere no a certe richieste e pressioni per conformarci all'esistente e a ciò che sempre si è vissuto; e ce la faranno pagare! Diventare se stessi vuol dire affermarsi e qualcuno lo prenderà come un entrare in competizione, come un sottrargli visibilità e spazio pubblico; e ti darà addosso! Diventare se stessi vuol dire farsi sentire, e troverai sempre chi tenterà di tacitarti e di annullarti. Diventare se stessi vuol dire prendere posizione e schierarsi, dicendo: "Io non ci sto", "pesterai i piedi" a qualcuno e si rivolterà contro di te. Diventare se stessi vuol dire denunciare l'ingiustizia e combattere l'ipocrisia, e cosi facendo ti farai una moltitudine di nemici e ti circonderai di odio. Diventare se stessi vuol dire che metti prima Lui a quelli di casa tua, ai familiari, a quelli che dicono di amarti, e così sarai tacciato come un ingrato, un pazzo, un irriconoscente, e come ti faranno sentire in colpa! Diventare se stessi vuol dire lottare per sé. Ma quanto ti ami se neppure lotti per te? Dici di amare Dio e non sei in grado neppure di amarti? Riflettici...!

Vite infuocate.

Vite infuocate don Marco Pedron
XX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (18/08/2013) Vangelo: Lc 12,49-53 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: Lc 12,49-53) Il vangelo di oggi ci presenta un Gesù deciso, che vuole che prendiamo una posizione chiara. In un'altra parte del vangelo Gesù dirà: "Chi non è con me è contro di me" (Mt 12,30). Bisogna schierarsi: pro o contro Gesù. Molte persone vorrebbero nella vita salvare sempre "capra e cavolo": ma non si può! La vita ti chiama a scegliere e scegliere è prendere questo per lasciare quello. Uno dei nostri sogni, invece, è quello di poter prendere tutto e tutti: non è possibile. Bisogna schierarsi nella vita, bisogna prendere le parti e una direzione ben chiara: o di qua o di là. E' l'uomo inconsistente, senza struttura, senza midollo, che cerca di salvare tutto. E non schierarsi è già uno schieramento e una posizione.
La prima immagine è il fuoco: "Sono venuto a portare il fuoco sulla terra". Il fuoco ha un significato molto ampio: luce, calore, trasformazione, purificazione. Il fuoco è calore (l'amore è calore; fraternità, focolare; "essere al caldo" è essere protetti). Il fuoco è la candela: è il segno della luce dello spirito (il candeliere è la luce divina); l'uomo è la candela e Dio il candelabro dove le candele ardono. La fiaccola che arde è il mistero (pensate la fiaccola, il cero del tabernacolo che sta ad indicare: "Qui c'è il Mistero"). Il fumo del fuoco è l'elemento etereo, evanescente, sottile: è l'incenso, segno di qualcosa di imprendibile. Il fuoco è fulmine che distrugge, spacca, spezza, colpisce, disintegra. Il fuoco è cenere: il fuoco brucia, trasforma, fa passare, purifica; "essere passati per il fuoco" vuol dire aver superato una prova, un momento difficile, pericoloso; la cenere indica il lutto, la rinuncia, la spogliazione, il perdere qualcosa, il lasciare andare, il bruciarsi, il perdere. Il fuoco è fiamma, energia di vita, desiderio di vita, voglia di vivere: quanto è meraviglioso stare di fronte ad un fuoco acceso di notte! E' il fuoco che ciascuno sente dentro. Il fuoco fuori innesca il fuoco che hai dentro; la sua luce è la luce che devi portare dentro di te; il suo calore è l'amore che vive dentro di te; il suo bruciare è la forza per bruciare i tuoi mostri e i tuoi fantasmi. Qui non c'è dubbio su ciò che Gesù vuol dire: il fuoco è passione. C'era stato già un altro che aveva portato il fuoco sulla terra: Prometeo. Aveva rubato a Zeus una scintilla di fuoco per donarla agli uomini che aveva preso in simpatia. Per quell'atto sacrilego fu severamente punito: Zeus lo incatenò sul monte Caucaso e mandò una sua aquila a divorarne ogni giorno il fegato. Poi un giorno l'eroe Eracle, osando sfidare il potente Zeus, lo liberò. Il mito di Prometeo ha vari significati ma fa capire quanto costa vivere con il fuoco e cosa si rischia. "Se giochi con il fuoco, rischi di bruciarti", dice un proverbio. E' così: è pericoloso. Gesù riporta il fuoco sulla terra. Gesù fu così: un uomo di fuoco! Non si poteva passargli vicino e rimanergli indifferente: o lo si amava o lo si odiava. O lo si accoglieva o lo si rifiutava. O si era con lui o si era contro di lui. O diveniva l'amore della tua vita o il tuo peggior nemico. O ti cambiava la vita e te la rovesciava come "un calzino" o ti infastidiva e ti irritava da ucciderlo. Gesù è così: o bruci o lo bruci. Se bruci, ti infiammi per lui, ti infervori per la sua causa, ti appassioni per il suo messaggio, ti si innesca dentro un fuoco, un desiderio, un ardore che più nulla potrà spegnere. Altrimenti lo bruci, lo fai fuori. Spesso si sente dire: "Lo brusarìa!", cioè "lo eliminerei, lo brucerei". Perché uno così è troppo intenso, troppo pericoloso, troppo "caldo", troppo forte. Gesù era "troppo" e gli uomini da "poco" non potranno mai accettarlo.
Passione viene dal greco pathos, "sentire". Passione vuol dire sentire le cose, sentire le persone, sentire la vita, entrare in ogni cosa e lasciarsi toccare e farsi toccare. Passione è fuoco. Passione è sentire. Il contrario è superficialità, anestesia, sonno, insensibilità. L'Apocalisse dice: "Non sei né caldo né freddo per questo ti vomito" (Ap 3,16). Mia madre diceva: "Non te sé da gnente" ("Non sai da niente"): vite insipide, senza sapore, senza sussulti, senza passione. Dov'è la passione di un uomo che viene in chiesa tutte le domeniche, che torna a casa tranquillo, non scomodato da quello che sente e che dice alla propria moglie: "Anche questa è fatta!"? No, amico, tu non conosci Gesù. Tu non hai neppure idea di chi sia. Ti sei fatto il tuo Gesù, te lo sei addomesticato perché non ti dia troppo fastidio, perché non ti "rompa" troppo, ma Lui non è così. Dov'è la passione di un padre che parla ai suoi figli sempre e solo di quanto sia importante trovarsi un lavoro... e un buon lavoro... e una buona posizione... perché con i soldi puoi fare poi tutto...? Che figlio verrà su? Cosa dovremo aspettarci? Un lavoratore, un imprenditore, un ragioniere, un uomo di successo, ma basta, nient'altro. Che ne sarà del fuoco che gli bruciava dentro? Dobbiamo chiedere perdono ai nostri figli se noi adulti spegniamo il fuoco che hanno dentro. Perché gli insegniamo ad essere accomodanti piuttosto che a prendere una posizione magari controcorrente; che è meglio stare nel gruppo che da soli; che è meglio andare piano e sano piuttosto che osare; che è meglio non "avere troppi grilli" per la testa per il futuro; che a sognare non ne vale la pena e che è meglio accontentarsi per non essere delusi poi; che il mondo va così e che non ci si può fare niente; che non è il caso di fidarsi e di lasciarsi andare perché si rischia di prendere una "sventola" tremenda, ecc. Così i nostri figli arrivano a vent'anni e noi (non loro) abbiamo già spento il loro fuoco. Li abbiamo addomesticati, li abbiamo conformati, li abbiamo resi innocui, li abbiamo adattati al sistema; saranno dei bravi "operai", eseguiranno, crederanno di guidare l'auto della loro vita e invece saranno su di un treno che altri dirigono. Li avremo allevati, li avremo educati: li avremo uccisi! Dove sono gli uomini che si indignano per ciò che la globalizzazione produce? Dove sono gli uomini che si mettono in gioco, che lottano per cambiare il sistema politico? Dove sono gli uomini in prima linea? Dov'è l'uomo che lotta per la giustizia? Dov'è finito l'ardore di un uomo, il suo coraggio, la sua energia interna? Dov'è il fuoco che arde della coerenza ai valori, della solidarietà, del bene comune, della giustizia per tutti? "Tutti i sabati pomeriggi accompagno mia moglie al centro commerciale", ha detto fiero un uomo. "Beo!!!". E la madre che insegna alla figlia il bricolage e il fai date, il decoupage e le 100 ricette di Suor Paola, il trucco e l'abbigliamento giusto, che le è sempre vicina e che le raccomanda di comportarsi bene quando è fuori e di trovarsi un buon partito, cosa "passerà" alla figlia? Le passerà tante regole, tante buone maniere, ma non la passione di essere donna, creatrice di vita, fuoco d'amore per il mondo e casa, utero d'accoglienza, per ogni creatura esistente. Crederà di averla educata bene perché sua figlia, come tutte, si è sposata, ha trovato un bravo marito, è stimata e guardata da tutti visto che è proprio bella. Ma invece l'avrà spenta; l'avrà addomesticata; non avrà alimentato il sacro fuoco della vita che viveva dentro di lei. Com'è possibile che la femminilità sia così svenduta e degradata in tv? Com'è possibile che le donne non dicano niente, che lascino passare tutto, che lo scandaloso sia diventato normalità? Il prete che "passa" cosa bisogna fare e cosa non bisogna, cosa è buono e giusto e cosa invece no; che insegna la giusta misura e l'importanza di "non scaldarsi mai", di essere sempre controllati; che preme sempre sulle virtù dell'obbedienza e dell'umiltà; che ricorda che bisogna sempre darsi agli altri ed essere buoni; che non tira troppo lunghe le prediche perché potrebbero stancare; che certe cose è meglio non dirle perché potrebbero indignare e che per non urtare l'animo sensibile di certa gente è meglio astenersi da certe prese di posizione, forse crede di essere discepolo del Cristo... ma lo crede solo lui! Perché se il prete non passa "il fuoco di Dio" non passa Dio. Se non fa innamorare... se non fa venire voglia di liberarsi da maschere e teatrini imposti... se non produce un terremoto nella vita delle persone così come Gesù faceva con chi lo voleva seguire... se non fa vibrare dentro emozioni forti d'amore, di passione, di coraggio, di lasciare tutto e seguirlo... se non fa venire voglia di rischiare per Lui... se non fa sentire quanta bellezza c'è nel seguire un messaggio del genere che è più forte di ogni resistenza e paura... se non si sente dalle sue parole la sua passione e il suo desiderio di Vita Vera..., avrà passato regole religiose, criteri per essere accolti dalla "brava gente", galateo di buona educazione e di maniere composte, ma non il sacro fuoco della vita, non Dio. Passione vuol dire che vivo dentro. Quando ti guardo, ti guardo, ti entro dentro, giungo fino alla tua anima e lascio che tu giunga fino alla mia. Quando ti accarezzo non ti spolvero ma ti tocco, ti percepisco, le mie mani ti passano l'amore che provo per te. Quando amo, amo, e lo faccio con tutta la passione, l'eccitazione e la vibrazione che posso. Quando c'è da intervenire, lo faccio e non mi tiro indietro per vedere intanto cosa fanno gli altri. Quando sto con te, sto con te e quando sto con me, sto con me, senza voler essere da solo quando sto con te e con te quando sono da solo. Quando sto male, lo sento e me lo permetto; e quando sono felice non mi sento in colpa d'esserlo. E soprattutto cerco di vibrare, di essere come le corde di un'arpa, che vibrano qualunque cosa le tocchino. Etty Hillesum scriveva: "Vorrei che il mondo s'incendiasse..."; lo voleva anche Gesù: "Come vorrei che questo fuoco fosse già acceso nella tua anima. Allora sì che saprai Chi sono!".
Poi Gesù dice: "C'è un battesimo che devo ricevere e come sono angosciato finché non sia compiuto". Gesù era già stato battezzato nell'acqua del Giordano (Lc 3,21-22) ma non è quello il vero battesimo. Il vero battesimo per lui e per tutti noi è il quello di fuoco. Le persone dicono: "Sono un cristiano battezzato". "E allora?". Non vuol dire assolutamente niente questa frase. E' come dire: "So fare una casa perché mi sono iscritto ad ingegneria". Gesù riceverà il battesimo di fronte ai suoi avversari, ai suoi nemici, quando dovrà esporsi, schierarsi; quando si troverà da solo e quando dovrà andare fino in fondo, anche se questo gli costerà caro, molto caro. Il battesimo di fuoco è l'attimo in cui tu vivi, traduci in vita, in scelte, in voce, in atteggiamenti ciò che dici con le parole e ciò che vorresti o ti piacerebbe fare. Il battesimo di fuoco è quando la tua energia interna e interiore, la tua passione, va per la causa di Gesù. Solo allora saprai veramente chi è Lui.
Poi Gesù continua: "Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, la divisione!". Nell'antichità era molto conosciuta la "pax romana". Ma che pace era? Chi contestava, chi alzava la voce, chi si ribellava, veniva eliminato. Era pace? Uno dei grandi desideri delle persone è: "Stare in pace". Ma cosa vuol dire? "Stare in pace" vorrebbe dire non alzare la voce, tacere se si è in disaccordo, non tirare fuori problemi e questioni, avere sempre un tono tranquillo, dimesso, composto. "Sta' in pace!" viene detto a volte ai giovani. Cioè: "Fa' tacere le idee nuove; quello che senti tu non ci interessa; lascia perdere questi sogni, questi ideali; non lasciarti andare all'entusiasmo". Ma è pace questa? Questo è "piattume", fine di ogni slancio, guerra alla vita, morte di Dio, massificazione.
Padre e figlio contro; madre e figlia contro; suocera e nuora contro. Gesù, essendo un fuoco, non è indifferente. Non è come l'acqua che passa via liscia e che prende la forma del contenitore. Dove Gesù si ferma non possono che nascere scontri e divisioni perché lui costringe ad ottiche diverse e a scelte chiare e radicali. Il figlio che vede i suoi genitori andare alla messa ogni tanto (ma sempre a Natale e Pasqua!), che si trascinano stancamente nelle giornate, sempre "dietro a brontolare", che non credono altro che nel valore della tv, del conto bancario, del "chi si può permettere di più", del "guarda quello cos'ha!", se si ribellerà gli verrà rinfacciato che è un ingrato. "Con tutto quello che facciamo per te? E' questa la tua riconoscenza? Ti abbiamo dato tutto!". Ma deve ribellarsi, per amore di Gesù; deve staccarsi da quell'ambiente morto e senza vita per non finire lui stesso nel cimitero dei vivi. Ma quando lo farà sarà accusato di pazzia e sarà rinnegato con la frase: "Non ti ho mica insegnato così, io!; ma ti ho generato io? Non sei mica mio figlio tu?". E siccome quel gesto di quel loro figlio è un'accusa alla loro vita e al loro modo di vivere, o cambieranno e si renderanno conto di quanta morte, vuoto, c'è nella loro vita o lo rinnegheranno. La donna che si è appassionata di Gesù e che esce una volta la settimana per andare all'incontro sul vangelo o al sabato per andare a catechismo e il marito non vuole? Il marito le dice: "Che vai a fare? Sta' a casa con i tuoi figli e con me, che il Signore è più contento". Non crea divisione? Non crea problema? E che si fa? Si segue la passione interiore o ci si accontenta? L'animatrice che va a fare una settimana al camposcuola, "mangiandosi" così una delle due settimane di ferie con il proprio fidanzato, attirandosi le ire di lui, che deve fare? Si segue il proprio cuore o ci si adegua? La donna che sente che il proprio cuore è imprigionato in un rapporto monotono, apatico, dove il sentimento d'amore non fluisce, dove tutto è scontato, banale, solito e lui dice: "A me va bene così, sei tu che hai un problema!", che deve fare? Se segue il proprio cuore crea divisione. Meglio questa pace? Il figlio che vuole fare fisioterapia dopo la maturità ma il padre non vuole perché ha un ristorante che funziona bene e si guadagna un sacco, vorrebbe lavorare un po' meno e lasciare che il figlio prendesse il suo posto, che fa? Si accontenta il padre che gli sarà riconoscente tutta la vita o si segue il proprio desiderio? E se si segue il proprio desiderio non ci sarà guerra? Il padre non sentirà tutto questo come un affronto? E anche se non glielo dirà mai non ne sarà deluso? Un padre quando il figlio ha fatto proprio questa scelta, un mese dopo ha fatto un piccolo infarto, e gli ha detto: "E' tutta colpa tua!". La donna che comprende di essersi sposata con un uomo non per amore ma solo per scappare da casa per cui non ne è innamorata, non lo è mai stata, gli è andata bene così (se l'è fatta andare bene così), hanno anche due figli, ma adesso lei sente che non può lasciar languire il proprio cuore e imprigionarlo solo per dovere, che fa? Tutti, tra l'altro, li ritengono una bella coppia e li ammirano. Si segue il proprio cuore, la Vita che pulsa dentro o ci si adegua? E se si tira fuori il problema, non è una bomba per tutti? Meglio la pace, questo genere di pace? La ragazza che chiede ai suoi genitori di fare counseling perché vorrebbe tanto poter essere d'aiuto alle persone (lo sente come una sua chiamata) ma vive da sola, ha già il mutuo e non ce la fa con i soldi, che fa? Se chiede aiuto ai suoi genitori (magari glieli daranno i soldi, visto che ne hanno la possibilità) le diranno: "Ma che fantasie hai per la testa? Hai già il tuo lavoro, cosa cerchi? Pensa a sposarti!". Non ne nascerà un conflitto? E' meglio reprimere il proprio slancio e far finta di niente e "tenerseli belli buoni"?
Dentro di noi si è cristallizzata l'idea che seguire il Signore voglia dire essere buoni, mansueti, dolci e sorridenti. Nel passato si è santificato l'uomo che sopportava tutto, che si annullava per gli altri, l'uomo che neppure diceva una parola ma in silenzio sopportava tutte le angherie con ubbidienza e umiltà. Ma basta guardare il vangelo. La vita di Gesù non fu così. Non fu una vita di pace, come la intendiamo noi. La sua vita fu segnata dall'inizio alla fine dal conflitto, dalla lotta, dal contrasto e dalla divisione. Giuseppe era già in conflitto con sé e con Maria prima ancora che Gesù nascesse: "Ma vuoi dirmi che tu sei incinta per opera dello Spirito Santo? Ma non scherziamo!" (Lc 1-2). La Santa Famiglia dovette scappare in Egitto perché non era voluta a Nazareth: furono rigettati dai loro paesani. Gesù fu in conflitto con la sua famiglia fin dall'inizio. Un giorno, a dodici anni, a Gerusalemme, disse chiaramente ai suoi genitori: "Non impicciatevi, non intromettetevi con la mia vita perché io devo fare le cose del Padre mio" (Lc 2,41-50). Con i suoi parenti andò addirittura peggio perché un giorno tentarono di prenderlo poiché dicevano: "E' pazzo da legare, dobbiamo fare qualcosa, dobbiamo intervenire e prenderlo. Questo ci scredita tutti" (Mc 3,21). Dovunque andava e dovunque passava qualcuno tentava di ucciderlo, di calunniarlo o di metterlo alla prova per ciò che diceva e per ciò che faceva. Sacerdoti e politici non lo potevano sopportare, lo odiavano a sangue. Sfidò i potenti del tempo andando a Gerusalemme. E' una cosa che gli esegeti ancora non riescono a comprendere: perché mai si sarebbe recato lì a Gerusalemme, città nella quale rarissimamente aveva messo piede, nell'esatto momento in cui maggiormente era preso di mira dalla repressione? Morì di morte violenta, assassinato sulla croce e fu grande liberazione per molti. Più che una vita di pace (come la intendiamo noi: assenza di conflitti e contrasti) fu una vita di guerra. In Gv 9 c'è l'episodio significativo del cieco nato. Per tutto il giorno quest'uomo deve lottare e rompere con chi gli è attorno. E' in conflitto con tutti. Deve rompere con la sua famiglia che lo abbandona e lo "scarica": "Risposero i suoi genitori... domandatelo a lui; ha l'età, chiedetelo a lui" 9,20-23; deve rompere con l'ideologia e con ciò che tutti credevano e consideravano vero e giusto, quindi con un mondo: "Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?... Una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo" (9,34.25); deve rompere con l'autorità protettrice che lo rinnega perché non è conforme alla sua linea: "E lo cacciarono fuori" (9,34). L'unica cosa che gli rimane è Dio: "Io credo Signore" (9,38). Il vangelo non è un rifugio per chi ha paura di lottare, di mettersi in gioco, di scontrarsi. Diventare discepoli del Maestro vuol dire seguire il suo richiamo nel nostro cuore: vuol dire diventare se stessi, realizzare ciò che Lui ha messo come germe, seme, nel nostro profondo. Lo sappiamo già: ci sarà da lottare, ci saranno conflitti, non sarà né semplice né facile. Questo perché diventare se stessi vuol dire deludere le aspettative di chi c'è vicino; e ce lo diranno! Diventare se stessi vuol dire rispondere no a certe richieste e pressioni per conformarci all'esistente e a ciò che sempre si è vissuto; e ce la faranno pagare! Diventare se stessi vuol dire affermarsi e qualcuno lo prenderà come un entrare in competizione, come un sottrargli visibilità e spazio pubblico; e ti darà addosso! Diventare se stessi vuol dire farsi sentire, e troverai sempre chi tenterà di tacitarti e di annullarti. Diventare se stessi vuol dire prendere posizione e schierarsi, dicendo: "Io non ci sto", "pesterai i piedi" a qualcuno e si rivolterà contro di te. Diventare se stessi vuol dire denunciare l'ingiustizia e combattere l'ipocrisia, e cosi facendo ti farai una moltitudine di nemici e ti circonderai di odio. Diventare se stessi vuol dire che metti prima Lui a quelli di casa tua, ai familiari, a quelli che dicono di amarti, e così sarai tacciato come un ingrato, un pazzo, un irriconoscente, e come ti faranno sentire in colpa! Diventare se stessi vuol dire lottare per sé. Ma quanto ti ami se neppure lotti per te? Dici di amare Dio e non sei in grado neppure di amarti? Riflettici...!
Quando la vita ti da mille motivi per cadere, tu rialzati, quando i giorni sembrano bui e senza via d'uscita, tu spera, quando le delusioni urlano più forte dei sogni, tu costruisci, quando le rughe solcano il tuo viso, tu sorridi, quando ti senti solo, vieni a cercarmi, ti parlerò di come fare a rialzarti, ma tu fa lo stesso con me. Ne ho bisogno...: miglioriamo insieme!

giovedì 15 agosto 2013

Sono solo?

La solitudine non è questione di persone; è questione di apertura. 
Sono solo perché non mi apro con nessuno. 
Sono solo perché non mi mostro mai veramente con qualcuno, perché non mi rendo mai vulnerabile, perché nessuno può entrare nelle stanze più buie e scure della mia anima. 
Sono solo perché mostro sempre una facciata, sono solo perché non mi faccio vedere neppure a me stesso. 
Mi sento non amato, non perché non ci sia l’amore ma perché io non lascio entrare nessuno dentro.

***

Ti senti spento dentro, come se la vita avesse preso una direzione a senso unico; ti senti dentro un tunnel e ti sembra di non venirne fuori. Ti sembra che possa essere solo questa l’unica direzione (quante persone vivono questa sensazione di gabbia, di prigione!); ti sembra di non avere nessun’altra chance. “Puoi uscire! Non è una strada a senso unico! Puoi cambiare la tua vita, puoi fare altre strade!”. Ci credi?

domenica 11 agosto 2013

Il motore per servire gli altri.

Dio non ha ancora terminato di scrivere la miglior storia d'amore per te...
Nella vita c'è bisogno di benzina: si da ma poi ci si esaurisce; si infonde energia e amore ma poi il "pieno" finisce; si ama ma poi si ha bisogno di essere amati; si accoglie ma a volte è difficile accogliere anche noi stessi; si dà la propria disponibilità ma a volte si ha bisogno che qualcuno la dia a noi; si stima e si incoraggia gli altri ma a volte noi stessi siamo vuoti di tutto ciò; si sollevano e si condividono le lacrime e le sofferenze degli altri ma poi si ha bisogno che qualcuno si prenda cura delle nostre. Ecco l'eucarestia: tutto questo tu lo trovi qui. E' tutto per te.

Ma perché a volte è così difficile, se non impossibile, servire gli altri? Da bambini abbiamo ricevuto (siamo stati serviti), da adolescenti abbiamo dato e ricevuto, da adulti diamo (prevalentemente). Ma cosa succede, invece, se da piccoli non abbiamo ricevuto? Succede che da grandi abbiamo ancora un buco, una mancanza dentro. Per cui se il ruolo ci chiede di dare, la parte "mancante", invece, vuole ricevere.

Penso che a chi per cause diverse sia stata negata l'infanzia, il gioco e la conoscenza, il sostegno e la guida, le cure affettive, psichiche e fisiche, un bagaglio valoriale e spirituale di riferimento e lo si invitava a non "essere bambino" e a crescere in fretta, a non chiedere perché disturba il mondo adulto... gli è stato imposto un ruolo disfunzionale alla sua età evolutiva, caricandolo di ansie, solitudine e bisogni disattesi. La vita è stata una tale fatica emotiva che da adulto stenta a dare quel che non ha ricevuto, sperimentato, conosciuto in quanto privato di modelli di riferimento validi. Il "bambino" è stato murato vivo ed è li che aspetta le cure amorevoli che gli sono state negate....

Nulla accade per caso.

Ogni giorno è un'opportunità. Immagina la fortuna che hai ogni volta che al mattino ti alzi. Ogni giorno, puoi investire il tempo per te, per il tuo lavoro, puoi scegliere, tra tutte le scelte disponibili, di lamentarti e non agire o trasformare ogni secondo in un'opportunità per te e per gli altri. La scelta è solo tua, hai tra le mani la più grande opportunità del tempo da investire per gli altri e per te stesso, tocca a te fare questo investimento. Sii grande, sii folle! Sii te stesso!
(Stephen Littleword, in Nulla è per caso)