A volte basterebbe solamente fermarsi un attimo ed essere veri con sé: “Perché sono così infelice? Perché sono sempre insoddisfatto con tutti? Perché sono sempre inquieto, tormentato, nervoso?”.
A volte basterebbe farsi la grande domanda: “Perché non mi fermo e mi ascolto? Perché non do voce a ciò che ho dentro? Perché devo correre sempre, fare in continuazione e non posso ascoltarmi? Se non posso ascoltarmi vuol dire che c’è qualcosa che temo dentro di me. Se non posso ascoltarmi vuol dire che sono sempre in fuga per non sentire certe cose. Ma se neppure io ascolto me stesso, chi lo farà? E come potrò ascoltare gli altri se neppure so ascoltare me stesso?”
Il grande rischio è quello, presi dalla quotidianità, dalle preoccupazioni e soprattutto da mille distrazioni, di lasciar morire la parte più vera di noi, la nostra vitalità interna.
Morte non è solo uccidere qualcuno, ferire, denigrare o picchiare. Morte è non essere ciò che posso essere. Morte è non far uscire l'energia, la vitalità, che c'è in me. Morte è non tirare fuori le mie doti, le mie capacità. Morte è vivere a bassa quota quando si è aquile. Morte è non provare più nulla, essere freddi, non sapersi né entusiasmare né indignare, essere apatici, abulici, senza emozioni. Morte è non sapersi più innamorare per paura di ciò che poi potrà succedere o non credere più nell'amore. Morte è non saper più piangere, ridere o commuoversi, amare. Alcuni uomini muoiono una volta sola, altri tutti i giorni. Voglio che la morte mi trovi vivo.

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