domenica 15 dicembre 2013

Basta aprire gli occhi!

Basta aprire gli occhi! Fermati, concediti tempo e guarda! Non c’è altro da fare. La gente corre e continua a correre sempre di più; cerca qualcosa che la stupisca, che la meravigli; cerca un’emozione forte che le riempia l’animo; c’è chi “si fa di coca” pur di trovare eccitazione. Ma la vita è già eccitante non serve provocare altre emozioni. Noi siamo un fenomeno in fibrillazione: gli atomi delle nostre cellule sono così “eccitati” che sembrano pazzi da quanto si muovono e danzano. La vita va contemplata non comprata; va guardata non presa; va assaggiata, gustata non posseduta. Quando noi guardiamo una foresta ci chiediamo quanto legname potremmo ricavarne; se vediamo le stelle alpine ce le portiamo a casa; se vediamo qualcosa di bello ce lo vogliamo comprare; se vediamo una bella donna la vorremmo possedere, la vorremmo tutta per noi. Guardiamo per prendere. Guardiamo ma non vediamo. Siamo ciechi e crediamo di vederci. Vedere è assaporare e gustare tutto, ma sapere che non si possiede nulla. Abbeverarsi di tutto ciò che si vede, che entra nei nostri cuori, nei volti, come la luce entra nelle nostre case: con rispetto. La luce entra ma non possiede, non cambia, non sporca, non rovina. Entra ed esce senza alterare nulla. A noi questo fa ridere: di ben altre cose dobbiamo occuparci noi! Ma perché poi siamo così tristi? Perché poi siamo così depressi? Perché poi ci lamentiamo sempre? Perché poi ci condanniamo a vivere rassegnati? E se tutto questo non ci riempie, non ci stupisce, allora nulla ci potrà riempire. Se questo non ci riempie è perché siamo ancora ciechi o, come direbbe Gesù, ammalati. Non è malattia dell’anima non guardare mai negli occhi, in silenzio, senza dire nulla, guardandosi non gli occhi ma dentro (cioè nell’anima), il proprio amore, chi ami, il tuo compagno di vita? Non è malattia dell’anima non osservare meravigliati il proprio figlio che gioca, che dorme, che fa le sue conquiste, che cresce, che diviene, che ride o che piange? Non è malattia dell’anima non vedere la sofferenza del proprio figlio, i suoi blocchi, le sue paure, non rendersene conto, neppure considerarle, neppure sentire la sofferenza che vive? Non è malattia dell’anima non vedere, neppure rendersi conto che si è sprezzanti, giudicanti, “cattivi”, che dentro si ha un demonio che assale chi c’è vicino e tutti quelli che incontriamo? Non è malattia dell’anima non rendersi conto, non vedere che non solo stiamo invecchiando, ma che soprattutto stiamo morendo dentro, vuoti di vitalità, di slanci, di passione? Non è malattia dell’anima non vedere le cose come stanno e trovare sempre giustificazioni, “che sono gli altri”, “che siamo sfortunati”, “che la vita va così”, “che se avessimo un altro carattere”, “che sono state le persone che abbiamo incontrato” o trovare sempre dei motivi validi per non vedere e affrontare mai la realtà (“è difficile; quando avrò tempo; domani; non ce la faccio”)? Non è malattia dell’anima essere indifferenti ai problemi di un pianeta che muore di fame, che muore d’inquinamento, che muore per gli interessi economici, che muore sostanzialmente per l’indifferenza di noi tutti?

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