domenica 28 aprile 2013

E' amando che si impara ad amare.


L'amore si impara vivendo nell'incontro con i volti delle persone; l'amore s'impara amando. A ben pensarci nessuno di noi sa amare. Possiamo imparare cos'è, maturando sempre di più con la vita ciò che altrimenti è solo un concetto. Quando nasciamo il bambino "ama" sua madre, ma non è amore: è bisogno assoluto, dipendenza totale, egoismo (senza di lei muore). Molte persone sono rimaste a quell'amore lì.
Tutti noi siamo nati con la capacità di guidare l'auto. Il che non vuol dire che appena nati siamo in grado di farlo. Con l'amore è così: tutti siamo capaci d'amare ma se non c'è una "scuola di vita" per l'amore, chiameremo "amore", "bene", ciò che non è né amore né bene.
Per la cosa più grande della vita (l'amore) non c'è una scuola. Si va a scuola per imparare a lavorare con il computer, per imparare l'inglese, per guidare l'auto, per come uscire da un luogo pubblico in caso d'incendio, ma non c'è una scuola per l'amore! Fa pensare, no?
L'amore si impara: andate a scuola d'amore e conoscetelo non attraverso i libri ma attraverso la vostra vita.

L'amore è intimità, ma non solo... Per la psicologia infantile amore è l'attaccamento fusionale madre-bimbo.
Tutti noi percepiamo qualcosa dell'amore quando con il nostro compagno viviamo le gioie e le delizie dell'incontro sessuale. Tutti noi percepiamo l'amore quando ci sentiamo uniti, attaccati, complici, in sintonia con qualcuno. C'è stato un tempo per tutti noi dove eravamo così intimi da essere dentro chi amavamo (gravidanza). C'è stato un tempo in cui non c'era confine fra noi e nostra madre (primi mesi). Per questo ricerchiamo così tanto le coccole, gli abbracci e il contatto. Amore è intimità, fusione, stare insieme, stare vicini, essere dentro. Tutti noi siamo bramosi di questo.

L'amore è autonomia, individualità, ma non solo... Per la psicologia evolutiva l'amore è staccarsi dall'amore simbiotico: è la forza di fare il proprio viaggio e di diventare se stessi. Allora amore vuol dire saper che tu sei tu e che io sono io: non siamo uguali, siamo differenti, diversi, altri. Tu non puoi chiedere a me di vivere quello che tu vuoi vivere e io non chiederò a te di darmi quello che tocca a me prendermi.

L'amore è unione del tutto, ma non solo... Per la fisica l'amore è il legame che unisce gli atomi. La fisica dice: "Tutto è unito, connesso". L'amore è la forza che unisce ciò che è diverso, altro. Gli atomi e le particelle del mondo sono divise fra di loro, ma c'è un legame, una connessione che le tiene unite. L'amore è la connessione, il legame che unisce ogni cosa, è il campo magnetico per cui tutto resta su e non cade nel vuoto e nel nulla. C'è un legame che lega, che unisce ogni cosa. Per me è l'amore.
Per questo le relazioni d'amore possono finire ma l'amore no. Sono le relazioni che si interrompono ma non l'amore. Se con una relazione finisce anche l'amore vuol dire che non c'era amore in quella relazione. Per questo si può amare anche chi non c'è più (legame) anche se non c'è più la relazione (non se ne è dipendenti).

L'amore è vita, ma non solo... Per la biologia l'amore è la forza della specie che vuole sopravvivere. La vita, l'evoluzione, sembra tentare in tutte le maniere di procedere, di andare oltre. Nonostante un ambiente ostile la vita continua ad esserci.
Sembra esserci un amore, una forza che vuole che la vita e che l'uomo vivano.

L'amore è ciò che ti salva perché non ti fa morire: solo l'amore ti fa vivere e solo per amore si può vivere
Sono solo alcune delle dimensioni dell'amore. Ma in fin dei conti non conta neppure conoscerle tutte.
Non conta, infatti, sapere cos'è l'amore, ma amare.
Solo allora sapremo e conosceremo l'amore.

domenica 21 aprile 2013

Udire e Ascoltare.


La maggior parte delle persone scambia l’udire con l’ascoltare. Udire è percepire un suono: è fisiologico. Posso udirti ma non per questo ascoltarti. Ascoltare, invece, è poter sentire quanto, ciò che odo, provoca in me e attorno a me. Ascoltare è porre attenzione, è un atto consapevole.
A livello fisiologico l’orecchio è il responsabile dell’orientamento spaziale e della coordinazione dei movimenti di una persona. L’orecchio è l’organo dell’equilibrio, del verticalizzarsi. (Quando poniamo attenzione per percepire un suono il nostro corpo si erge, si drizza. Per tendere l’orecchio il corpo si verticalizza!). L’ascolto determina e amplia il nostro sistema nervoso. Tutti quelli che sono nervosi e isterici hanno bisogno di ascoltarsi e di far silenzio!.
L’auricologia sa che nell’orecchio c’è tutto l’uomo (come negli occhi o nel piede).
Il bambino nel grembo materno ascolta, sente: se non ha ricevuto le vibrazione affettive necessarie (esperimenti di Tomatis), attraverso il contatto, il tono della voce e la vibrazione psichica materna, rischia di restare per il resto della vita un mutilato psichico.
Come uno ascolta così parlerà. Come uno ascolta così camminerà, canterà ed agirà. Da come tu parli, ma ancor di più da come tu ascolti io capirò chi sei. Mio nonno diceva: (chissà come avrà fatto ad arrivare a tale consapevolezza?): “Non fidarti mai di chi non sa ascoltarti”.
Non si può diventare adulti, maturi, cresciuti, senza la capacità di ascoltare se stessi e l’altro. Da come ascoltiamo noi ci evolviamo. Quello che ascoltiamo ci costruisce. Perché il nostro orecchio è la conchiglia con la quale noi costruiamo il nostro interno.
Se la bocca ci fa crescere facendoci introdurre cibo, l’orecchio ci fa crescere facendoci introdurre l’ascolto. E’ l’organo che ci fa imparare perché introduce dall’esterno ciò che non c’è in noi.
Abbiamo due orecchie e una bocca perché dovremmo ascoltare molto di più e parlare molto di meno. Abbiamo due orecchie e una bocca perché abbiamo bisogno almeno del doppio di cibo dell’anima (dell’orecchio) rispetto al cibo del fisico (bocca). Se vuoi imparare, non hai alternativa: ascolta!. Non è un caso, allora, se si dice che la fede nasce dall’ascolto: dall’ascolto non dall’aver udito tante parole religiose!
Una delle espressione più usate nella Bibbia è: “Hanno orecchi per udire, ma non odono” (Ez 12,2).
Ogni giorno udiamo milioni di suoni ma quanto ascoltiamo?
Alcuni santi si sono convertiti di fronte ad una parola ascoltata. Alcuni di noi, invece, hanno letto la Bibbia intera più volte e il vangelo migliaia di volte ma non è successo niente. Perché? Udire è percepire un suono; ascoltare è farlo ri-suonare in noi, che vibri le corde della nostra anima.
Nella realtà quasi nessuno ascolta nessun altro. Se la madre ascoltasse suo figlio potrebbe non solo sentire il suo pianto ma avvertire che dietro c’è il bisogno di affetto, di presenza, di stare insieme e non solo capricci. Se il padre ascoltasse sua figlia potrebbe percepire che quando gli dice: “Papà stai con me”, gli sta dicendo: “Papà stai con me perché ho bisogno del tuo amore”. Se mi ascoltassi di più potrei scoprire che io sono un villaggio di voci e di personaggi tutti da conoscere che vivono nella scena della mia anima. Se mi ascoltassi di più potrei cercare meno in giro risposte per la mia vita e iniziare a trovarle in me. Chiaramente è molto comodo trovare qualcuno che dia la risposta alla mia domanda: non costa niente! Ma la sua risposta viene da lui mentre la domanda è mia. Vuoi una cosa: cercala. Se ascoltassi di più potrei non udire solo le parole degli altri ma entrare in contatto con il loro animo. Se ascoltassi di più potrei percepire che il silenzio parla. Se ascoltassi di più potrei accorgermi che la realtà non è come quella che ho in testa io ma quella che è realmente, che ho davanti.
Se mi ascoltassi di più non condurrei una vita così assurda. Gli uomini conducono una vita assurda (ab-surdus) perché non si ascoltano, perché non sentono più le esigenze dell’anima, i richiami del profondo, i richiami perfino delle esigenze fondamentali: sono sordi! E se uno è sordo tutto è possibile!
Se sapessi ascoltare sentirei la profondità e la forza del vangelo; sentirei l’energia e la potenza vulcanica di queste parole.
E invece noi udiamo tutto: voci che entrano e che escono, ma non si fermano, non creano vibrazioni, non si sedimentano. Siamo chiusi.
Quando siamo stati battezzati, il sacerdote ha fatto un gesto: ci ha toccato le orecchie e le labbra (rito dell’Effatà, Apriti). Sta a dire: “Ti auguro e fa’ in modo che le tue orecchie siano sempre aperte perché tutte le mie parole non ti serviranno a niente se saranno tappate”. “Perché -chiesero al maestro- di fronte alla tua parola alcuni cambiano vita e altri neppure sono toccati?”. “Dipende dalle orecchie!”. Orecchio, ozen, vuol dire apertura. L’orecchio è aperto?
Se non c’è l’ascolto siamo come Pietro che colpisce con una spada l’orecchio del servo del sommo sacerdote e gliela recide (Gv 18,10-11; Lc 22,50-51). Se non ascoltiamo e se non ci ascoltiamo, se non comprendiamo gli eventi, se non abbiamo l’intelligenza spirituale della situazione allora “tranciamo” giudizi affrettati su avvenimenti e persone di cui non vediamo il senso profondo, parliamo a sproposito e giudichiamo (che vuol dire proprio separare, tagliare): è il vaniloquio, il parlare per niente, solo perché si ha una bocca ma non un’anima.
Chi non ascolta giudica e giudicherà. E più un uomo giudica e più certamente non è capace di ascolto, di ascoltarti e di ascoltarsi

Io ti conosco?

Conoscere per noi è sapere chi è uno, dove abita, quanti anni ha e cosa fa nella vita. 
Ma che conoscenza è questa? E’ una conoscenza di dati, di informazioni, una conoscenza da carta d’identità. 
Per la Bibbia, invece, conoscere è fare un’esperienza, incontrare, sentire, percepire. 
Quando un uomo conosce una donna, nella Bibbia, nasce un figlio: hanno cioè, un incontro sessuale. 
Conoscere è sperimentarti, incontrarti.
Ti conosco non perché so chi sei o dove abiti o cosa fai nella vita. 
Ti conosco se ti sento, se avverto ciò che sei dentro, ciò che provi, ciò che vibra in te. 
Ti conosco se ti incontro, se colgo ciò che ti abita, ciò che sta in te, ciò che vive in te.
Le persone credono di conoscersi solo perché hanno un sacco di informazioni su di sé o sugli altri. 
E’ come dire: conosco cosa è la birra perché ho letto sulla bottiglia l’etichetta “birra”. 
Ma conoscere la birra è berla, sentirla, gustarla e riconoscerne il sapore.

domenica 14 aprile 2013

Aprile 2013

14 aprile
La vita è "morbida": ogni rigidità la fa morire.

21 aprile
Re-ligione vuol dire legare. Dio è l’unica religione.
Io non sono tuo e tu non sei mio:  ma tutti siamo di Dio.
E poiché non sono attaccato a nulla tutto mi appartiene.
E poiché non sono legato a nulla sono unito a tutto. 

28 aprile
L'amore è ciò che ti salva perché non ti fa morire: solo l'amore ti fa vivere e solo per amore si può vivere.

Domenica 14 aprile 2013.

La gente si sente tranquilla perché "è come tutti", ma non si accorge di aver venduto l'unica cosa che possedeva: l'individualità, il proprio volto.

Fate questa domanda alle persone: "Perché vivi?". 
Alcuni non sapranno cosa dirvi e faranno silenzio. 
Altri vi diranno risposte a cui neppure loro credono. Qualcuno vi dirà: "Per i figli". E quando i figli crescono? Perché quando i figli crescono: o ci si attacca a loro come delle sanguisughe, ed è ovvio perché sono la ragione per cui viviamo e senza di loro non c'è ragione; oppure si ha finito di vivere. 
Poche persone possono dire di sé: vivo per realizzare il potenziale che Dio ha messo dentro di me; vivo e metto tutte le mie energie per fare questo mondo migliore e più vero di quello che è; vivo perché la gente possa essere se stessa; sono un terapeuta dell'anima: vivo per disseppellire l'anima dalle persone; vivo perché le persone possano credere che possono essere liberi; sono un balsamo per molti cuori sofferenti (Etty Hillesum); sono una matita nelle mani di Dio (Madre Teresa); voglio essere per gli uomini l'amore (Teresa di Lisieux). 
La gente non crede che si possa essere felici. Crede che "bisogna tirare avanti", che "bisogna accontentarsi", che "bisogna farsela andare bene", che "bisogna prendere quello che viene". Sentite quanta tristezza si nasconde dietro queste parole: rassegnazione, vuoto, sconforto.

Non si può risolvere il problema che non esiste: se non ammetti, accetti, di avere un problema non lo puoi risolvere. Quindi la prima cosa da fare è potersi dire: "Così non va!". E ci vuole coraggio per farlo. 
Ci illudiamo, fingiamo di stare bene: "Ho il lavoro, ho la casa, ho i figli, non mi manca niente" e ci attacchiamo all'illusione di stare bene. Così indossiamo la maschera del Mulino Bianco, della famiglia felice. Invece dentro tutti muoiono di solitudine, di insoddisfazione, di rabbia, di vuoto. 
Bisogna ammettere di essere ammalati per guarire, che io, e non gli altri, sono ammalato. 
Dio non ci cambia la vita come pensiamo noi. Ce la cambia, ma non come pensiamo noi. 
Noi pensiamo così: una mattina succederà un miracolo, un evento dal cielo, una cosa incredibile e la vita ci cambierà in un attimo all'improvviso. Vinceremo al Superenalotto e tutti i nostri problemi spariranno. Troveremo la frase magica o la soluzione che in un colpo solo ci risolverà tutti i nostri problemi.

L'illusione della gente è che ciò che ci riempie sia fuori (21,3). Ma ciò che riempie le nostre reti, ciò che ci fa cantare dalla gioia, ciò che ci fa sentire fratelli uniti e amati dallo stesso Dio, ciò che ci rende così vivi da tessere lodi e inni per la nostra vita, ciò che plasma l'energia enorme che abbiamo dentro, non è fuori ma dentro. 
Devi fare contatto con te; devi andare dentro di te; se vuoi che le reti (l'anima) siano piene devi stare con te e con il Dio che ti abita. Devi conoscerti, non devi scappare di fronte ai tuoi mostri, ma familiarizzare con loro, non devi nasconderti i tuoi istinti ma farteli amici, devi essere il padrone della foresta che è il tuo mondo interno e devi trovare il sacro tempio della Vita (Dio).

"Questa è vita! E' il Signore!". 
Poterlo "vedere" (non pensarlo), percepirlo, sentirlo, nei piccoli eventi di tutti i giorni: una risposta diversa che do, una cosa nuova che inizio, un "no" che finalmente riesco a dire, una paura che riesco ad ammettere, uno "scusa" che riesco a pronunciare, un lasciarmi andare alle emozioni, un'idea creativa e pazza a cui do spazio, un comportamento controcorrente, un incontro che non mi aspettavo, un tramonto o una passeggiata che mi riempiono, uno sguardo o un sorriso di mio figlio, una complicità con mia moglie, ecc, e poter dire: "E' il Signore!". 
La gente cerca Dio nelle visioni, nelle apparizioni, perché non "lo vede" nella propria vita. Per questo lo cerca fuori. Ma Dio, se appare, ti incontra nella chiesa della tua anima. A volte tutto questo cercare di fare esperienze religiose è più segno di mancanza di fede che del contrario. 
Dio c'è se lo vedi. Altrimenti è un'idea che hai in testa: forse sì, forse no. Se lo "vedi" non c'è più alcun dubbio. Se "non lo vedi" credi a qualcosa che non conosci.

domenica 7 aprile 2013

Mani ferite.

Quando il Risorto appare mostra agli apostoli le mani e il costato feriti. 
In ogni eucaristia io mostro le mie mani ferite. Con le mani lavoro e faccio. Le mie mani ferite sono il dolore e la sofferenza che vivo mentre lavoro, mentre faccio il mio dovere e vengo umiliato o rappresentano la consapevolezza di non far bene il mio lavoro. Le mani ferite sono le mani che si aggrappano a me, che non mi lasciano libero, che pretendono da me, che mi inchiodano ad ogni minimo sbaglio, che mi trattengono e che mi feriscono. Sono quelle situazioni e quei ruoli dove la gente, ma anche io stesso, si aspettano un sacco da noi. 
Dal dottore, dal prete, dal sindaco, dalla mamma, da chi è buono ci si aspetta un sacco di cose, a volte troppo. 
Le mani sono ancora gli schiaffi che prendo. Qualcuno mi percuote, mi prende in giro, dice male di me, mi beffeggia, ride di me e di ciò che faccio, mi umilia in pubblico. 
Le mani sono ferite quando qualcuno che amavo ritira la sua mano, non mi appoggia più, mi toglie il suo sostegno o il suo amore, mi tradisce. Le mani ferite sono quando io so di aver vissuto male, di aver anch’io ferito e umiliato, quando in certi giorni mi vergogno di ciò che sono, allora io ho bisogno di un amore che mi risani e che mi ridia dignità. 
In ogni eucaristia Gesù ci mostra le sue mani perché anch’io possa mostrargli le mie mani. 
Perché se gli mostro le mie mani ferite potrò, come Lui, sperimentare la forza risanante dell’amore. 
Molte persone si tengono dentro le ferite. Soffrono e non lo dicono a nessuno; non lasciano trasparire niente. Allora il dolore marcisce, diventa cancrena e porta alla morte. 
Se una ferita non viene curata, medicata, allora infetta tutto l’organismo. Le mani di molte persone, le loro vite, sono piene di dolore, di rabbia, di lacrime e di umiliazioni. Ma temono di aprirle e mostrarle, si vergognano, dicono “c’è chi sta peggio”, “non è poi così grave!”. Allora non può avvenire nessuna guarigione, niente può trasformarsi, niente può essere risanato. Perché chi non si accorge di essere malato, come fa a guarire? Non si può vivere senza essere feriti. Ma si può vivere guarendo. 
In ogni eucaristia io vengo qui a portare le mie mani ferite. E faccio un gesto così piccolo e così grande. Con le mie mani ferite vado dal sacerdote e le apro, le stendo perché lui mi metta, deponga, il Corpo di Cristo; perché, cioè, Iddio si prenda cura di tutte le mie ferite e le risani. Io gli mostro le mie ferite e lui viene con il suo amore. Nel mio dolore, il suo amore. Perché lì dove c’era rifiuto ci sia accettazione. Dove c’era paura ci sia fiducia. Dove c’era esclusione ci sia accoglienza.

Le fede è un incontro.

La fede cristiana è un incontro, un’esperienza, è una relazione personale. 
E’ un innamoramento. 
Tutte le testimonianze mi aiutano, mi servono, mi stimolano, mi invitano. 
Tutte le preghiere sono buone, utili, importanti. 
Tutti i gruppi, le liturgie, gli incontri mi aiutano ma se io non vedo e non tocco, 
cioè non faccio esperienza, la fede degli altri aiuta e serve agli altri ma non a me.

Il mondo è il grembo di Dio.


Tu sei un’opera unica e meravigliosa:
ma se il tuo cuore non crede a tutto questo…
Tu hai la vita dentro:
ma se inizi a ragionarci, a pensarci, a chiederti se
è più o meno degli altri, o se sarà vero tutto questo…
Tu hai la forza dentro di te:
ma se non ti fidi di te…
Il mondo è pieno di amore, e ti chiede di inspirarlo:
ma se il tuo cuore è rinchiuso dalla paura del coinvolgimento…
Il mondo è pieno di bellezza, negli occhi, nei volti, nella mani:
ma se il tuo cuore è chiuso nella cecità…
Il mondo è pieno di Dio, che passa, ti sorride e ti chiama:
ma se il tuo cuore è chiuso perché teme l’ignoto…
Il mondo è pieno di voci, colori, suoni e canti:
ma se il tuo cuore è occupato dalla voce dell’apparire,
del riuscire, del non s-figurare…
Il mondo è pieno di vita che cresce,
si espande, genera e matura:
ma se il tuo cuore vive nella morte, nella rigidità, nel dolore…
Il mondo è il grande grembo di Dio:
tutto parla di Lui; tutto canta a Lui; tutto rimanda a Lui;
siamo immersi in Lui, stiamo nascendo in Lui, stiamo andando verso Lui.
Ma se non hai cuore tutto questo ti rimarrà sconosciuto.
E immerso nell’oceano
continuerai a cercare l’acqua.