domenica 25 agosto 2013

Il punto sei tu.

Più uno parla e si interessa della vita degli altri e meno è capace di vivere la propria. Il punto sei tu.

Bisogna sforzarsi, bisogna fare, compiere certi passaggi nella vita, altrimenti si muore (dentro). Bisogna operare delle evoluzioni, entrare in certe situazioni, in certe questioni, affrontare certe paure. Perché viene un momento in cui è troppo tardi, viene un momento in cui non c’è più niente da fare. Allora la vita stessa ci dirà: “Non ti conosco! Troppo tardi! Dovevi pensarci prima! Adesso!?”. Ma non è una punizione della vita, è una conseguenza del nostro agire.

Nessuno dice che certe questioni siano facili, ma bisogna passarci dentro, bisogna affrontarle. Forse fanno paura; forse faranno piangere; forse creeranno tensione o lacerazione o separazione. Ma se le lasci lì, se fai finta di niente verrà un giorno in cui sarà troppo tardi, in cui non ci sarà più niente da fare. Nessuno ha mai detto che crescere sia facile: a volte è doloroso, a volte ti costringe a scegliere, a volte “fa male”. Ma bisogna entrare dentro, bisogna affrontare certe questioni, bisogna compiere certi passaggi.

Per capire le mie paure, il perché reagisco urlando quando qualcuno mi fa un’osservazione o il perché non parlo più se uno urla contro di me oppure perché sono così timido o insicuro da vergognarmi di tutto, o il perché soffro di attacchi di panico o non dormo alla notte, non posso sperare nel “tutto e subito”. Devo sforzarmi: cioè devo lottare, desiderare di capire, di conoscere, devo provarci, entrare dentro la questione, sviscerarla, scavare, cercare: è una battaglia! Altrimenti non ci tengo; se mollo subito vuol dire che non ci tengo tanto, che mi va bene così.

Tu vivi pure lontano da te stesso, non avere mai tempo per te (non hai mai tempo o ti trovi sempre qualcosa in modo da non aver tempo?), non porti certe domande perché sono pericolose, ma non ti lamentare se un giorno ti sentirai vuoto, insoddisfatto. Perché ciò che fai ha le sue conseguenze.

Bisogna passare per certi passaggi; sono angusti, difficili, dolorosi, ma ci devo entrare. Certi incroci, certe questioni devono essere affrontate costi quel che costi, perché altrimenti non si progredisce e ci si ferma. Ognuno raccoglierà ciò che avrà seminato

In cammino.

Se una cosa s’ha da fare, s’ha da fare.
Ciò che facciamo agli altri in realtà è ciò che facciamo a noi. Quello che fai è quello che avrai; quello che fai è quello che sarai.

Se non sei in cammino sei fermo. Se sei fermo non vai da nessuna parte. Le persone vive, camminano, si muovono, cambiano, divengono, si trasformano, scelgono. Le persone morte rimangono fisse, stabili, si irrigidiscono, si intestardiscono, si impuntano.

Evolvere è incontrare il diverso, gente nuova, gente diversa, idee diverse, posizioni diverse. Quelle “come te” le conosci già!, non ti servono. Sono rassicuranti (per forza non ti mettono in discussione!), ma non ti servono per andare avanti, per procedere, per crescere. Il più grande comando della vita è evolvere, andare avanti, procedere, camminare, divenire.

domenica 18 agosto 2013

Scegli di diventare TE STESSO.

La vita ti chiama a scegliere e scegliere è prendere questo per lasciare quello. 
Uno dei nostri sogni, invece, è quello di poter prendere tutto e tutti: non è possibile. 
Bisogna schierarsi nella vita, bisogna prendere le parti e una direzione ben chiara: o di qua o di là. 
E' l'uomo inconsistente, senza struttura, senza midollo, che cerca di salvare tutto. 
E non schierarsi è già uno schieramento e una posizione.

Diventare se stessi vuol dire deludere le aspettative di chi c'è vicino; e ce lo diranno! Diventare se stessi vuol dire rispondere no a certe richieste e pressioni per conformarci all'esistente e a ciò che sempre si è vissuto; e ce la faranno pagare! Diventare se stessi vuol dire affermarsi e qualcuno lo prenderà come un entrare in competizione, come un sottrargli visibilità e spazio pubblico; e ti darà addosso! Diventare se stessi vuol dire farsi sentire, e troverai sempre chi tenterà di tacitarti e di annullarti. Diventare se stessi vuol dire prendere posizione e schierarsi, dicendo: "Io non ci sto", "pesterai i piedi" a qualcuno e si rivolterà contro di te. Diventare se stessi vuol dire denunciare l'ingiustizia e combattere l'ipocrisia, e cosi facendo ti farai una moltitudine di nemici e ti circonderai di odio. Diventare se stessi vuol dire che metti prima Lui a quelli di casa tua, ai familiari, a quelli che dicono di amarti, e così sarai tacciato come un ingrato, un pazzo, un irriconoscente, e come ti faranno sentire in colpa! Diventare se stessi vuol dire lottare per sé. Ma quanto ti ami se neppure lotti per te? Dici di amare Dio e non sei in grado neppure di amarti? Riflettici...!

Vite infuocate.

Vite infuocate don Marco Pedron
XX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (18/08/2013) Vangelo: Lc 12,49-53 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: Lc 12,49-53) Il vangelo di oggi ci presenta un Gesù deciso, che vuole che prendiamo una posizione chiara. In un'altra parte del vangelo Gesù dirà: "Chi non è con me è contro di me" (Mt 12,30). Bisogna schierarsi: pro o contro Gesù. Molte persone vorrebbero nella vita salvare sempre "capra e cavolo": ma non si può! La vita ti chiama a scegliere e scegliere è prendere questo per lasciare quello. Uno dei nostri sogni, invece, è quello di poter prendere tutto e tutti: non è possibile. Bisogna schierarsi nella vita, bisogna prendere le parti e una direzione ben chiara: o di qua o di là. E' l'uomo inconsistente, senza struttura, senza midollo, che cerca di salvare tutto. E non schierarsi è già uno schieramento e una posizione.
La prima immagine è il fuoco: "Sono venuto a portare il fuoco sulla terra". Il fuoco ha un significato molto ampio: luce, calore, trasformazione, purificazione. Il fuoco è calore (l'amore è calore; fraternità, focolare; "essere al caldo" è essere protetti). Il fuoco è la candela: è il segno della luce dello spirito (il candeliere è la luce divina); l'uomo è la candela e Dio il candelabro dove le candele ardono. La fiaccola che arde è il mistero (pensate la fiaccola, il cero del tabernacolo che sta ad indicare: "Qui c'è il Mistero"). Il fumo del fuoco è l'elemento etereo, evanescente, sottile: è l'incenso, segno di qualcosa di imprendibile. Il fuoco è fulmine che distrugge, spacca, spezza, colpisce, disintegra. Il fuoco è cenere: il fuoco brucia, trasforma, fa passare, purifica; "essere passati per il fuoco" vuol dire aver superato una prova, un momento difficile, pericoloso; la cenere indica il lutto, la rinuncia, la spogliazione, il perdere qualcosa, il lasciare andare, il bruciarsi, il perdere. Il fuoco è fiamma, energia di vita, desiderio di vita, voglia di vivere: quanto è meraviglioso stare di fronte ad un fuoco acceso di notte! E' il fuoco che ciascuno sente dentro. Il fuoco fuori innesca il fuoco che hai dentro; la sua luce è la luce che devi portare dentro di te; il suo calore è l'amore che vive dentro di te; il suo bruciare è la forza per bruciare i tuoi mostri e i tuoi fantasmi. Qui non c'è dubbio su ciò che Gesù vuol dire: il fuoco è passione. C'era stato già un altro che aveva portato il fuoco sulla terra: Prometeo. Aveva rubato a Zeus una scintilla di fuoco per donarla agli uomini che aveva preso in simpatia. Per quell'atto sacrilego fu severamente punito: Zeus lo incatenò sul monte Caucaso e mandò una sua aquila a divorarne ogni giorno il fegato. Poi un giorno l'eroe Eracle, osando sfidare il potente Zeus, lo liberò. Il mito di Prometeo ha vari significati ma fa capire quanto costa vivere con il fuoco e cosa si rischia. "Se giochi con il fuoco, rischi di bruciarti", dice un proverbio. E' così: è pericoloso. Gesù riporta il fuoco sulla terra. Gesù fu così: un uomo di fuoco! Non si poteva passargli vicino e rimanergli indifferente: o lo si amava o lo si odiava. O lo si accoglieva o lo si rifiutava. O si era con lui o si era contro di lui. O diveniva l'amore della tua vita o il tuo peggior nemico. O ti cambiava la vita e te la rovesciava come "un calzino" o ti infastidiva e ti irritava da ucciderlo. Gesù è così: o bruci o lo bruci. Se bruci, ti infiammi per lui, ti infervori per la sua causa, ti appassioni per il suo messaggio, ti si innesca dentro un fuoco, un desiderio, un ardore che più nulla potrà spegnere. Altrimenti lo bruci, lo fai fuori. Spesso si sente dire: "Lo brusarìa!", cioè "lo eliminerei, lo brucerei". Perché uno così è troppo intenso, troppo pericoloso, troppo "caldo", troppo forte. Gesù era "troppo" e gli uomini da "poco" non potranno mai accettarlo.
Passione viene dal greco pathos, "sentire". Passione vuol dire sentire le cose, sentire le persone, sentire la vita, entrare in ogni cosa e lasciarsi toccare e farsi toccare. Passione è fuoco. Passione è sentire. Il contrario è superficialità, anestesia, sonno, insensibilità. L'Apocalisse dice: "Non sei né caldo né freddo per questo ti vomito" (Ap 3,16). Mia madre diceva: "Non te sé da gnente" ("Non sai da niente"): vite insipide, senza sapore, senza sussulti, senza passione. Dov'è la passione di un uomo che viene in chiesa tutte le domeniche, che torna a casa tranquillo, non scomodato da quello che sente e che dice alla propria moglie: "Anche questa è fatta!"? No, amico, tu non conosci Gesù. Tu non hai neppure idea di chi sia. Ti sei fatto il tuo Gesù, te lo sei addomesticato perché non ti dia troppo fastidio, perché non ti "rompa" troppo, ma Lui non è così. Dov'è la passione di un padre che parla ai suoi figli sempre e solo di quanto sia importante trovarsi un lavoro... e un buon lavoro... e una buona posizione... perché con i soldi puoi fare poi tutto...? Che figlio verrà su? Cosa dovremo aspettarci? Un lavoratore, un imprenditore, un ragioniere, un uomo di successo, ma basta, nient'altro. Che ne sarà del fuoco che gli bruciava dentro? Dobbiamo chiedere perdono ai nostri figli se noi adulti spegniamo il fuoco che hanno dentro. Perché gli insegniamo ad essere accomodanti piuttosto che a prendere una posizione magari controcorrente; che è meglio stare nel gruppo che da soli; che è meglio andare piano e sano piuttosto che osare; che è meglio non "avere troppi grilli" per la testa per il futuro; che a sognare non ne vale la pena e che è meglio accontentarsi per non essere delusi poi; che il mondo va così e che non ci si può fare niente; che non è il caso di fidarsi e di lasciarsi andare perché si rischia di prendere una "sventola" tremenda, ecc. Così i nostri figli arrivano a vent'anni e noi (non loro) abbiamo già spento il loro fuoco. Li abbiamo addomesticati, li abbiamo conformati, li abbiamo resi innocui, li abbiamo adattati al sistema; saranno dei bravi "operai", eseguiranno, crederanno di guidare l'auto della loro vita e invece saranno su di un treno che altri dirigono. Li avremo allevati, li avremo educati: li avremo uccisi! Dove sono gli uomini che si indignano per ciò che la globalizzazione produce? Dove sono gli uomini che si mettono in gioco, che lottano per cambiare il sistema politico? Dove sono gli uomini in prima linea? Dov'è l'uomo che lotta per la giustizia? Dov'è finito l'ardore di un uomo, il suo coraggio, la sua energia interna? Dov'è il fuoco che arde della coerenza ai valori, della solidarietà, del bene comune, della giustizia per tutti? "Tutti i sabati pomeriggi accompagno mia moglie al centro commerciale", ha detto fiero un uomo. "Beo!!!". E la madre che insegna alla figlia il bricolage e il fai date, il decoupage e le 100 ricette di Suor Paola, il trucco e l'abbigliamento giusto, che le è sempre vicina e che le raccomanda di comportarsi bene quando è fuori e di trovarsi un buon partito, cosa "passerà" alla figlia? Le passerà tante regole, tante buone maniere, ma non la passione di essere donna, creatrice di vita, fuoco d'amore per il mondo e casa, utero d'accoglienza, per ogni creatura esistente. Crederà di averla educata bene perché sua figlia, come tutte, si è sposata, ha trovato un bravo marito, è stimata e guardata da tutti visto che è proprio bella. Ma invece l'avrà spenta; l'avrà addomesticata; non avrà alimentato il sacro fuoco della vita che viveva dentro di lei. Com'è possibile che la femminilità sia così svenduta e degradata in tv? Com'è possibile che le donne non dicano niente, che lascino passare tutto, che lo scandaloso sia diventato normalità? Il prete che "passa" cosa bisogna fare e cosa non bisogna, cosa è buono e giusto e cosa invece no; che insegna la giusta misura e l'importanza di "non scaldarsi mai", di essere sempre controllati; che preme sempre sulle virtù dell'obbedienza e dell'umiltà; che ricorda che bisogna sempre darsi agli altri ed essere buoni; che non tira troppo lunghe le prediche perché potrebbero stancare; che certe cose è meglio non dirle perché potrebbero indignare e che per non urtare l'animo sensibile di certa gente è meglio astenersi da certe prese di posizione, forse crede di essere discepolo del Cristo... ma lo crede solo lui! Perché se il prete non passa "il fuoco di Dio" non passa Dio. Se non fa innamorare... se non fa venire voglia di liberarsi da maschere e teatrini imposti... se non produce un terremoto nella vita delle persone così come Gesù faceva con chi lo voleva seguire... se non fa vibrare dentro emozioni forti d'amore, di passione, di coraggio, di lasciare tutto e seguirlo... se non fa venire voglia di rischiare per Lui... se non fa sentire quanta bellezza c'è nel seguire un messaggio del genere che è più forte di ogni resistenza e paura... se non si sente dalle sue parole la sua passione e il suo desiderio di Vita Vera..., avrà passato regole religiose, criteri per essere accolti dalla "brava gente", galateo di buona educazione e di maniere composte, ma non il sacro fuoco della vita, non Dio. Passione vuol dire che vivo dentro. Quando ti guardo, ti guardo, ti entro dentro, giungo fino alla tua anima e lascio che tu giunga fino alla mia. Quando ti accarezzo non ti spolvero ma ti tocco, ti percepisco, le mie mani ti passano l'amore che provo per te. Quando amo, amo, e lo faccio con tutta la passione, l'eccitazione e la vibrazione che posso. Quando c'è da intervenire, lo faccio e non mi tiro indietro per vedere intanto cosa fanno gli altri. Quando sto con te, sto con te e quando sto con me, sto con me, senza voler essere da solo quando sto con te e con te quando sono da solo. Quando sto male, lo sento e me lo permetto; e quando sono felice non mi sento in colpa d'esserlo. E soprattutto cerco di vibrare, di essere come le corde di un'arpa, che vibrano qualunque cosa le tocchino. Etty Hillesum scriveva: "Vorrei che il mondo s'incendiasse..."; lo voleva anche Gesù: "Come vorrei che questo fuoco fosse già acceso nella tua anima. Allora sì che saprai Chi sono!".
Poi Gesù dice: "C'è un battesimo che devo ricevere e come sono angosciato finché non sia compiuto". Gesù era già stato battezzato nell'acqua del Giordano (Lc 3,21-22) ma non è quello il vero battesimo. Il vero battesimo per lui e per tutti noi è il quello di fuoco. Le persone dicono: "Sono un cristiano battezzato". "E allora?". Non vuol dire assolutamente niente questa frase. E' come dire: "So fare una casa perché mi sono iscritto ad ingegneria". Gesù riceverà il battesimo di fronte ai suoi avversari, ai suoi nemici, quando dovrà esporsi, schierarsi; quando si troverà da solo e quando dovrà andare fino in fondo, anche se questo gli costerà caro, molto caro. Il battesimo di fuoco è l'attimo in cui tu vivi, traduci in vita, in scelte, in voce, in atteggiamenti ciò che dici con le parole e ciò che vorresti o ti piacerebbe fare. Il battesimo di fuoco è quando la tua energia interna e interiore, la tua passione, va per la causa di Gesù. Solo allora saprai veramente chi è Lui.
Poi Gesù continua: "Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, la divisione!". Nell'antichità era molto conosciuta la "pax romana". Ma che pace era? Chi contestava, chi alzava la voce, chi si ribellava, veniva eliminato. Era pace? Uno dei grandi desideri delle persone è: "Stare in pace". Ma cosa vuol dire? "Stare in pace" vorrebbe dire non alzare la voce, tacere se si è in disaccordo, non tirare fuori problemi e questioni, avere sempre un tono tranquillo, dimesso, composto. "Sta' in pace!" viene detto a volte ai giovani. Cioè: "Fa' tacere le idee nuove; quello che senti tu non ci interessa; lascia perdere questi sogni, questi ideali; non lasciarti andare all'entusiasmo". Ma è pace questa? Questo è "piattume", fine di ogni slancio, guerra alla vita, morte di Dio, massificazione.
Padre e figlio contro; madre e figlia contro; suocera e nuora contro. Gesù, essendo un fuoco, non è indifferente. Non è come l'acqua che passa via liscia e che prende la forma del contenitore. Dove Gesù si ferma non possono che nascere scontri e divisioni perché lui costringe ad ottiche diverse e a scelte chiare e radicali. Il figlio che vede i suoi genitori andare alla messa ogni tanto (ma sempre a Natale e Pasqua!), che si trascinano stancamente nelle giornate, sempre "dietro a brontolare", che non credono altro che nel valore della tv, del conto bancario, del "chi si può permettere di più", del "guarda quello cos'ha!", se si ribellerà gli verrà rinfacciato che è un ingrato. "Con tutto quello che facciamo per te? E' questa la tua riconoscenza? Ti abbiamo dato tutto!". Ma deve ribellarsi, per amore di Gesù; deve staccarsi da quell'ambiente morto e senza vita per non finire lui stesso nel cimitero dei vivi. Ma quando lo farà sarà accusato di pazzia e sarà rinnegato con la frase: "Non ti ho mica insegnato così, io!; ma ti ho generato io? Non sei mica mio figlio tu?". E siccome quel gesto di quel loro figlio è un'accusa alla loro vita e al loro modo di vivere, o cambieranno e si renderanno conto di quanta morte, vuoto, c'è nella loro vita o lo rinnegheranno. La donna che si è appassionata di Gesù e che esce una volta la settimana per andare all'incontro sul vangelo o al sabato per andare a catechismo e il marito non vuole? Il marito le dice: "Che vai a fare? Sta' a casa con i tuoi figli e con me, che il Signore è più contento". Non crea divisione? Non crea problema? E che si fa? Si segue la passione interiore o ci si accontenta? L'animatrice che va a fare una settimana al camposcuola, "mangiandosi" così una delle due settimane di ferie con il proprio fidanzato, attirandosi le ire di lui, che deve fare? Si segue il proprio cuore o ci si adegua? La donna che sente che il proprio cuore è imprigionato in un rapporto monotono, apatico, dove il sentimento d'amore non fluisce, dove tutto è scontato, banale, solito e lui dice: "A me va bene così, sei tu che hai un problema!", che deve fare? Se segue il proprio cuore crea divisione. Meglio questa pace? Il figlio che vuole fare fisioterapia dopo la maturità ma il padre non vuole perché ha un ristorante che funziona bene e si guadagna un sacco, vorrebbe lavorare un po' meno e lasciare che il figlio prendesse il suo posto, che fa? Si accontenta il padre che gli sarà riconoscente tutta la vita o si segue il proprio desiderio? E se si segue il proprio desiderio non ci sarà guerra? Il padre non sentirà tutto questo come un affronto? E anche se non glielo dirà mai non ne sarà deluso? Un padre quando il figlio ha fatto proprio questa scelta, un mese dopo ha fatto un piccolo infarto, e gli ha detto: "E' tutta colpa tua!". La donna che comprende di essersi sposata con un uomo non per amore ma solo per scappare da casa per cui non ne è innamorata, non lo è mai stata, gli è andata bene così (se l'è fatta andare bene così), hanno anche due figli, ma adesso lei sente che non può lasciar languire il proprio cuore e imprigionarlo solo per dovere, che fa? Tutti, tra l'altro, li ritengono una bella coppia e li ammirano. Si segue il proprio cuore, la Vita che pulsa dentro o ci si adegua? E se si tira fuori il problema, non è una bomba per tutti? Meglio la pace, questo genere di pace? La ragazza che chiede ai suoi genitori di fare counseling perché vorrebbe tanto poter essere d'aiuto alle persone (lo sente come una sua chiamata) ma vive da sola, ha già il mutuo e non ce la fa con i soldi, che fa? Se chiede aiuto ai suoi genitori (magari glieli daranno i soldi, visto che ne hanno la possibilità) le diranno: "Ma che fantasie hai per la testa? Hai già il tuo lavoro, cosa cerchi? Pensa a sposarti!". Non ne nascerà un conflitto? E' meglio reprimere il proprio slancio e far finta di niente e "tenerseli belli buoni"?
Dentro di noi si è cristallizzata l'idea che seguire il Signore voglia dire essere buoni, mansueti, dolci e sorridenti. Nel passato si è santificato l'uomo che sopportava tutto, che si annullava per gli altri, l'uomo che neppure diceva una parola ma in silenzio sopportava tutte le angherie con ubbidienza e umiltà. Ma basta guardare il vangelo. La vita di Gesù non fu così. Non fu una vita di pace, come la intendiamo noi. La sua vita fu segnata dall'inizio alla fine dal conflitto, dalla lotta, dal contrasto e dalla divisione. Giuseppe era già in conflitto con sé e con Maria prima ancora che Gesù nascesse: "Ma vuoi dirmi che tu sei incinta per opera dello Spirito Santo? Ma non scherziamo!" (Lc 1-2). La Santa Famiglia dovette scappare in Egitto perché non era voluta a Nazareth: furono rigettati dai loro paesani. Gesù fu in conflitto con la sua famiglia fin dall'inizio. Un giorno, a dodici anni, a Gerusalemme, disse chiaramente ai suoi genitori: "Non impicciatevi, non intromettetevi con la mia vita perché io devo fare le cose del Padre mio" (Lc 2,41-50). Con i suoi parenti andò addirittura peggio perché un giorno tentarono di prenderlo poiché dicevano: "E' pazzo da legare, dobbiamo fare qualcosa, dobbiamo intervenire e prenderlo. Questo ci scredita tutti" (Mc 3,21). Dovunque andava e dovunque passava qualcuno tentava di ucciderlo, di calunniarlo o di metterlo alla prova per ciò che diceva e per ciò che faceva. Sacerdoti e politici non lo potevano sopportare, lo odiavano a sangue. Sfidò i potenti del tempo andando a Gerusalemme. E' una cosa che gli esegeti ancora non riescono a comprendere: perché mai si sarebbe recato lì a Gerusalemme, città nella quale rarissimamente aveva messo piede, nell'esatto momento in cui maggiormente era preso di mira dalla repressione? Morì di morte violenta, assassinato sulla croce e fu grande liberazione per molti. Più che una vita di pace (come la intendiamo noi: assenza di conflitti e contrasti) fu una vita di guerra. In Gv 9 c'è l'episodio significativo del cieco nato. Per tutto il giorno quest'uomo deve lottare e rompere con chi gli è attorno. E' in conflitto con tutti. Deve rompere con la sua famiglia che lo abbandona e lo "scarica": "Risposero i suoi genitori... domandatelo a lui; ha l'età, chiedetelo a lui" 9,20-23; deve rompere con l'ideologia e con ciò che tutti credevano e consideravano vero e giusto, quindi con un mondo: "Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?... Una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo" (9,34.25); deve rompere con l'autorità protettrice che lo rinnega perché non è conforme alla sua linea: "E lo cacciarono fuori" (9,34). L'unica cosa che gli rimane è Dio: "Io credo Signore" (9,38). Il vangelo non è un rifugio per chi ha paura di lottare, di mettersi in gioco, di scontrarsi. Diventare discepoli del Maestro vuol dire seguire il suo richiamo nel nostro cuore: vuol dire diventare se stessi, realizzare ciò che Lui ha messo come germe, seme, nel nostro profondo. Lo sappiamo già: ci sarà da lottare, ci saranno conflitti, non sarà né semplice né facile. Questo perché diventare se stessi vuol dire deludere le aspettative di chi c'è vicino; e ce lo diranno! Diventare se stessi vuol dire rispondere no a certe richieste e pressioni per conformarci all'esistente e a ciò che sempre si è vissuto; e ce la faranno pagare! Diventare se stessi vuol dire affermarsi e qualcuno lo prenderà come un entrare in competizione, come un sottrargli visibilità e spazio pubblico; e ti darà addosso! Diventare se stessi vuol dire farsi sentire, e troverai sempre chi tenterà di tacitarti e di annullarti. Diventare se stessi vuol dire prendere posizione e schierarsi, dicendo: "Io non ci sto", "pesterai i piedi" a qualcuno e si rivolterà contro di te. Diventare se stessi vuol dire denunciare l'ingiustizia e combattere l'ipocrisia, e cosi facendo ti farai una moltitudine di nemici e ti circonderai di odio. Diventare se stessi vuol dire che metti prima Lui a quelli di casa tua, ai familiari, a quelli che dicono di amarti, e così sarai tacciato come un ingrato, un pazzo, un irriconoscente, e come ti faranno sentire in colpa! Diventare se stessi vuol dire lottare per sé. Ma quanto ti ami se neppure lotti per te? Dici di amare Dio e non sei in grado neppure di amarti? Riflettici...!
Quando la vita ti da mille motivi per cadere, tu rialzati, quando i giorni sembrano bui e senza via d'uscita, tu spera, quando le delusioni urlano più forte dei sogni, tu costruisci, quando le rughe solcano il tuo viso, tu sorridi, quando ti senti solo, vieni a cercarmi, ti parlerò di come fare a rialzarti, ma tu fa lo stesso con me. Ne ho bisogno...: miglioriamo insieme!

giovedì 15 agosto 2013

Sono solo?

La solitudine non è questione di persone; è questione di apertura. 
Sono solo perché non mi apro con nessuno. 
Sono solo perché non mi mostro mai veramente con qualcuno, perché non mi rendo mai vulnerabile, perché nessuno può entrare nelle stanze più buie e scure della mia anima. 
Sono solo perché mostro sempre una facciata, sono solo perché non mi faccio vedere neppure a me stesso. 
Mi sento non amato, non perché non ci sia l’amore ma perché io non lascio entrare nessuno dentro.

***

Ti senti spento dentro, come se la vita avesse preso una direzione a senso unico; ti senti dentro un tunnel e ti sembra di non venirne fuori. Ti sembra che possa essere solo questa l’unica direzione (quante persone vivono questa sensazione di gabbia, di prigione!); ti sembra di non avere nessun’altra chance. “Puoi uscire! Non è una strada a senso unico! Puoi cambiare la tua vita, puoi fare altre strade!”. Ci credi?

domenica 11 agosto 2013

Il motore per servire gli altri.

Dio non ha ancora terminato di scrivere la miglior storia d'amore per te...
Nella vita c'è bisogno di benzina: si da ma poi ci si esaurisce; si infonde energia e amore ma poi il "pieno" finisce; si ama ma poi si ha bisogno di essere amati; si accoglie ma a volte è difficile accogliere anche noi stessi; si dà la propria disponibilità ma a volte si ha bisogno che qualcuno la dia a noi; si stima e si incoraggia gli altri ma a volte noi stessi siamo vuoti di tutto ciò; si sollevano e si condividono le lacrime e le sofferenze degli altri ma poi si ha bisogno che qualcuno si prenda cura delle nostre. Ecco l'eucarestia: tutto questo tu lo trovi qui. E' tutto per te.

Ma perché a volte è così difficile, se non impossibile, servire gli altri? Da bambini abbiamo ricevuto (siamo stati serviti), da adolescenti abbiamo dato e ricevuto, da adulti diamo (prevalentemente). Ma cosa succede, invece, se da piccoli non abbiamo ricevuto? Succede che da grandi abbiamo ancora un buco, una mancanza dentro. Per cui se il ruolo ci chiede di dare, la parte "mancante", invece, vuole ricevere.

Penso che a chi per cause diverse sia stata negata l'infanzia, il gioco e la conoscenza, il sostegno e la guida, le cure affettive, psichiche e fisiche, un bagaglio valoriale e spirituale di riferimento e lo si invitava a non "essere bambino" e a crescere in fretta, a non chiedere perché disturba il mondo adulto... gli è stato imposto un ruolo disfunzionale alla sua età evolutiva, caricandolo di ansie, solitudine e bisogni disattesi. La vita è stata una tale fatica emotiva che da adulto stenta a dare quel che non ha ricevuto, sperimentato, conosciuto in quanto privato di modelli di riferimento validi. Il "bambino" è stato murato vivo ed è li che aspetta le cure amorevoli che gli sono state negate....

Nulla accade per caso.

Ogni giorno è un'opportunità. Immagina la fortuna che hai ogni volta che al mattino ti alzi. Ogni giorno, puoi investire il tempo per te, per il tuo lavoro, puoi scegliere, tra tutte le scelte disponibili, di lamentarti e non agire o trasformare ogni secondo in un'opportunità per te e per gli altri. La scelta è solo tua, hai tra le mani la più grande opportunità del tempo da investire per gli altri e per te stesso, tocca a te fare questo investimento. Sii grande, sii folle! Sii te stesso!
(Stephen Littleword, in Nulla è per caso)

domenica 4 agosto 2013

Ricchezze...

Quando la ricchezza occupa una posizione più alta della saggezza, quando la notorietà è più ammirata della dignità, quando il successo è più importante del rispetto di sé allora quella persona, quella società, è narcisista, è pazza e sta decretando la sua fine.


"Anche se avessi l'eredità, anche se i tuoi magazzini fossero pieni, anche se ricevessi un raccolto maggiore delle tue aspettative, non ti serve a niente se non sei libero, non ti serve a niente se vivi per i soldi, se vivi per accumulare, per avere".
Tutto ha un tempo; tutto inizia, si svolge e finisce. Tutto passa. Io non sono eterno, tu neanche. Ciò che hai perso, lo hai perso per sempre. Ciò che è andato è andato e non torna più. Ciò che non hai gustato, non lo potrai fare più.
Ci si fa grandi fuori proprio perché dentro si è piccoli. Altrimenti non ce ne sarebbe bisogno! E allora costruisce fuori perché dentro non è costruito; si cresce fuori perché dentro non è mai cresciuto; si continua ad allargarsi fuori per bilanciare la piccolezza interna.

La vita per molte persone è una continua e ininterrotta frustrazione perché credono che identificandosi in qualcosa e avendola saranno felici, raggiungeranno quello che cercano. Dentro di sé dicono: "Quando avrò quella cosa allora sì, quando sarò così allora sì che mi amerò, quando possiederò quella donna allora sì che sarò un uomo, quando avrò quella casa allora sì che me la potrò godere, quando sarò sposato allora sì che sarò diverso, quando i figli saranno grandi allora sì che non avrò più queste preoccupazioni, quando sarò potente allora sì che sarò rispettato". La gente si attacca a delle cose da raggiungere: "Devo essere così, devo raggiungere questo, devo arrivare lì, altrimenti…" e così lotta, combatte, spende il proprio tempo e le raggiunge anche ma l'amara sorpresa è che non basta, che arrivati non si sa che farsene di quelle cose lì, perché ce ne sono altre di più grandi, che c'è qualcuno più in là di noi.

Quante persone dicono: "Senza di te non posso vivere". Allora ci si attacca a quella cosa. Se non la si raggiunge si è angosciati dall'averla; se la si raggiunge si è preoccupati dal trattenerla. Impara a vivere anche senza quella cosa e se l'avrai potrai gustarla. La gente che ha un sacco di denaro è quasi tutta angosciata: il grande problema, infatti, è come tenerlo. E' sempre su e giù per le banche, a contatto con promotori finanziari, in panico ad ogni movimento della borsa, disperata se cala l'indice di mercato. La gente che non ne ha, invece, è invidiosa di chi ce l'ha e vorrebbe averlo, e vorrebbe avere di quei problemi, perché così si sentirebbe qualcuno, si sentirebbe importante ricca, potente. E' lo stesso ragionamento: "Ah, se avessi...!".

Chi si angoscia per le ricchezze, si angosci pure! Molte persone passano tutta la vita ad ammassare, "avere" riconoscimenti di stima, non possono vivere senza questi, senza sentirsi dire dalla gente quanto siano bravi, forti, intelligenti, ricchi, bravi, simpatici. Altri, che non li hanno, passano tutta la vita a cercarli, a volerli; si sfibrano per questo, ma per gli uni come per gli altri è una corsa infinita.

utto quello che hai non aumenta neanche di un centesimo chi sei. "Rabbì, che cosa pensi del denaro?", chiese un giovane al maestro. "Guarda dalla finestra", disse il maestro. "Che cosa vedi?". "Vedo una donna con un bambino, una carrozza trainata da due cavalli e un contadino che va al mercato". "Bene. E adesso guarda allo specchio. Che cosa vedi?". "Che cosa vuoi che veda rabbì? Me stesso, naturalmente". "Ora pensa: la finestra è fatta di vetro e anche lo specchio è fatto di vetro. Basta un sottilissimo strato d'argento sul vetro e l'uomo vede solo se stesso". Basta davvero poco per non vedere più nulla se non che se stessi!

venerdì 2 agosto 2013

Il perdono d'Assisi.

COME SAN FRANCESCO CHIESE ED OTTENNE L'INDULGENZA DEL PERDONO
Una notte dell'anno del Signore 1216, Francesco era immerso nella preghiera e nella contemplazione nella chiesetta della Porziuncola, quando improvvisamente dilagò nella chiesina una vivissima luce e Francesco vide sopra l'altare il Cristo rivestito di luce e alla sua destra la sua Madre Santissima, circondati da una moltitudine di Angeli. Francesco adorò in silenzio con la faccia a terra il suo Signore! Gli chiesero allora che cosa desiderasse per la salvezza delle anime. La risposta di Francesco fu immediata: "Signore, benché io sia misero e peccatore, ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe". "Quello che tu chiedi, o frate Francesco, è grande - gli disse il Signore -, ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio Vicario in terra, da parte mia, questa indulgenza". E Francesco si presentò subito al Pontefice Onorio III che in quei giorni si trovava a Perugia e con candore gli raccontò la visione avuta. Il Papa lo ascoltò con attenzione e dopo qualche difficoltà dette la sua approvazione. Poi disse: "Per quanti anni vuoi questa indulgenza?". Francesco scattando rispose: "Padre Santo, non domando anni, ma anime". E felice si avviò verso la porta, ma il Pontefice lo chiamò: "Come, non vuoi nessun documento?". E Francesco: "Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l'opera sua; io non ho bisogno di alcun documento: questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni". E qualche giorno più tardi, insieme ai Vescovi dell'Umbria, al popolo convenuto alla Porziuncola, disse tra le lacrime: "Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!".