Ciò che rifiuti, ti rifiuterà. Ciò che rinneghi, ti rinnegherà.
Ciò di cui non ti prendi cura, non si prenderà cura di te.
Ciò che abbandoni, t’abbandonerà.
Ciò che non sviluppi, si leverà contro di te e ti condannerà.
***
Strano: si compiange chi è tardo di piede e non chi è tardo di spirito.
E chi è cieco negli occhi anziché chi è cieco nel cuore.
domenica 29 settembre 2013
domenica 22 settembre 2013
Sorridi e ringrazia te stesso.
Fa’ sempre del tuo meglio in tutto ciò che puoi.
Non chiederti mai cosa fanno gli altri; non chiederti mai cosa hai fatto ieri; non chiederti mai se è il caso o se l’altro lo merita.
Tu fa’ sempre del tuo meglio in ogni momento e quando, nonostante tutto, non ci riuscirai stendi le braccia, affidati a Dio e sorridi e ringrazia te stesso per ciò che hai fatto.
Non chiederti mai cosa fanno gli altri; non chiederti mai cosa hai fatto ieri; non chiederti mai se è il caso o se l’altro lo merita.
Tu fa’ sempre del tuo meglio in ogni momento e quando, nonostante tutto, non ci riuscirai stendi le braccia, affidati a Dio e sorridi e ringrazia te stesso per ciò che hai fatto.
domenica 15 settembre 2013
Siamo ciò che scegliamo.
Uscire, rischiare di perdersi e vivere;
oppure rimanere per paura, giudicare gli altri e prendersela con il mondo?
La gente che ha sempre da dire
è perché ha paura di vivere e di uscire,
e così, per giustificarsi, brontola. Ognuno faccia la sua scelta.
Ognuno è costretto a scegliere:
uscire o rimanere.
Ognuno sarà ciò che sceglierà.
oppure rimanere per paura, giudicare gli altri e prendersela con il mondo?
La gente che ha sempre da dire
è perché ha paura di vivere e di uscire,
e così, per giustificarsi, brontola. Ognuno faccia la sua scelta.
Ognuno è costretto a scegliere:
uscire o rimanere.
Ognuno sarà ciò che sceglierà.
domenica 1 settembre 2013
Realtà.
“Ho incontrato un serpente.
Ho chiuso gli occhi per non vederlo.
Mi ha morso lo stesso”.
Come vorrei, come sognerei che le cose fossero diverse. E invece no, sono così. Questo è il mondo, questa è la realtà. La realtà fa male, e certe volte tremendamente male. Perché la vita non è quella che noi vorremmo, quella che noi ci aspetteremo, quella che noi sogniamo, quella che noi abbiamo in testa o che fantastichiamo. La vita è questa. Allora guardo la realtà e guardo al materiale che ho davanti e mi dico: io sono questo. Cosa posso realisticamente vivere, costruire, realizzare? E poi guardo al mondo che mi è attorno e mi chiedo: questo è il mondo, mi va di vivere in questo mondo? Mi va di amare e di impegnarmi in questo mondo? Questa nostra vita e questo nostro mondo è l’unico spazio del possibile, l’unico posto in cui stare. Stiamoci ora. Devo rinunciare ad un idealismo troppo alto, a molte pretese su di me, sugli altri e sul mondo, ad aspirazioni troppo infantili (cioè esagerate). Questo mondo non è perfetto, è questo. E l’unica possibilità che ho è di amare un mondo imperfetto e a volte molto crudele, ma è l’unico che esiste. Io stesso sono molto, ma proprio molto imperfetto, ma l’unica possibilità che ho è di prendermi così come sono e tentare di vivere, e di voler costruire qualcosa di significativo con la mia esistenza che è questa. Mi guardo attorno e mi dico: “Questo esiste, nient’altro che questo”. Questo è l’unico mondo da amare, in cui vivere, in cui lottare, in cui espandermi. Non ce n’è un altro di migliore o di diverso. C’è solo questo.
Come vorrei, come sognerei che le cose fossero diverse. E invece no, sono così. Questo è il mondo, questa è la realtà. La realtà fa male, e certe volte tremendamente male. Perché la vita non è quella che noi vorremmo, quella che noi ci aspetteremo, quella che noi sogniamo, quella che noi abbiamo in testa o che fantastichiamo. La vita è questa. Allora guardo la realtà e guardo al materiale che ho davanti e mi dico: io sono questo. Cosa posso realisticamente vivere, costruire, realizzare? E poi guardo al mondo che mi è attorno e mi chiedo: questo è il mondo, mi va di vivere in questo mondo? Mi va di amare e di impegnarmi in questo mondo? Questa nostra vita e questo nostro mondo è l’unico spazio del possibile, l’unico posto in cui stare. Stiamoci ora. Devo rinunciare ad un idealismo troppo alto, a molte pretese su di me, sugli altri e sul mondo, ad aspirazioni troppo infantili (cioè esagerate). Questo mondo non è perfetto, è questo. E l’unica possibilità che ho è di amare un mondo imperfetto e a volte molto crudele, ma è l’unico che esiste. Io stesso sono molto, ma proprio molto imperfetto, ma l’unica possibilità che ho è di prendermi così come sono e tentare di vivere, e di voler costruire qualcosa di significativo con la mia esistenza che è questa. Mi guardo attorno e mi dico: “Questo esiste, nient’altro che questo”. Questo è l’unico mondo da amare, in cui vivere, in cui lottare, in cui espandermi. Non ce n’è un altro di migliore o di diverso. C’è solo questo.
La perfezione...
Più sali in alto e più sarà tremendo il tonfo. E arriverà!
Io, a volte, vorrei essere come quel pranzo: perfetto. Vorrei che tutto fosse a posto nella mia vita, che tutto fosse in ordine, che tutto fosse “prestigioso”, che tutto fosse “ricco”. Vorrei non vedermi zoppicare: perché dico agli altri, ma a volte io stesso non faccio ciò che dico loro. Vorrei non vedermi cieco: che non mi accorgo dei miei limiti, delle mie paure, fragilità, che tiro dritto e faccio finta che tutto sia ok. Vorrei non vedermi povero: cioè bisognoso di attenzioni, di amore, di ricevere, di imparare; povero di fiducia, di energia, di vitalità. Mi piacerebbe, come vorrei!, essere sempre al massimo, efficiente, perfetto. E invece ogni volta che vado al pranzo della domenica, alla festa dell’eucarestia, devo invitare anche tutto ciò che è imperfetto, piccolo, storpio, zoppo, disabile in me, perché anche lui ha diritto di esserci, anche se non è come io lo vorrei, anche se non è come i miei criteri, anche se non è come io pretendo. Perché tutto ciò che vive ha il diritto di vivere. Le mie parti forti, perfette mi ricambiano già. Il fatto di sapere di essere intelligente, simpatico, affascinante è già un ricambio ai miei occhi e a quelli degli altri. Ma amarmi è accogliere ciò che in me è debole e che magari non è particolarmente apprezzato né dagli altri né da me, ma che è mio. Ciò che è imperfetto, fragile, vulnerabile lo devo amare non perché ha da ricambiarmi, non perché è un punto di forza, ma solo perché è mio, perché mi appartiene. Questo è l’amore: amare ciò da cui non hai un ritorno. Vivi così e sarai felice. Chi vive così, vive “e sarai beato perché non hanno da ricambiarti”.
Si impara dagli animali, dai fiori, dal vento. Chi vuole imparare, chi ha occhi, impara da tutto. E chi non vuol imparare non impara da niente. La vita è la mia più grande maestra, se voglio imparare. Si impara dagli uomini da quello che dicono, da quello che fanno, da come si comportano, da come gesticolano, dai loro occhi, dalle loro espressioni, dal loro modo di camminare. Guardando le persone si capiscono un’infinità di cose. Basta guardare.
Io, a volte, vorrei essere come quel pranzo: perfetto. Vorrei che tutto fosse a posto nella mia vita, che tutto fosse in ordine, che tutto fosse “prestigioso”, che tutto fosse “ricco”. Vorrei non vedermi zoppicare: perché dico agli altri, ma a volte io stesso non faccio ciò che dico loro. Vorrei non vedermi cieco: che non mi accorgo dei miei limiti, delle mie paure, fragilità, che tiro dritto e faccio finta che tutto sia ok. Vorrei non vedermi povero: cioè bisognoso di attenzioni, di amore, di ricevere, di imparare; povero di fiducia, di energia, di vitalità. Mi piacerebbe, come vorrei!, essere sempre al massimo, efficiente, perfetto. E invece ogni volta che vado al pranzo della domenica, alla festa dell’eucarestia, devo invitare anche tutto ciò che è imperfetto, piccolo, storpio, zoppo, disabile in me, perché anche lui ha diritto di esserci, anche se non è come io lo vorrei, anche se non è come i miei criteri, anche se non è come io pretendo. Perché tutto ciò che vive ha il diritto di vivere. Le mie parti forti, perfette mi ricambiano già. Il fatto di sapere di essere intelligente, simpatico, affascinante è già un ricambio ai miei occhi e a quelli degli altri. Ma amarmi è accogliere ciò che in me è debole e che magari non è particolarmente apprezzato né dagli altri né da me, ma che è mio. Ciò che è imperfetto, fragile, vulnerabile lo devo amare non perché ha da ricambiarmi, non perché è un punto di forza, ma solo perché è mio, perché mi appartiene. Questo è l’amore: amare ciò da cui non hai un ritorno. Vivi così e sarai felice. Chi vive così, vive “e sarai beato perché non hanno da ricambiarti”.
Si impara dagli animali, dai fiori, dal vento. Chi vuole imparare, chi ha occhi, impara da tutto. E chi non vuol imparare non impara da niente. La vita è la mia più grande maestra, se voglio imparare. Si impara dagli uomini da quello che dicono, da quello che fanno, da come si comportano, da come gesticolano, dai loro occhi, dalle loro espressioni, dal loro modo di camminare. Guardando le persone si capiscono un’infinità di cose. Basta guardare.
Da cosa dipende il tuo valore?
La questione profonda è però il valore: il posto non fa il valore. Se il posto determina il tuo valore, allora vuol dire che tu non hai valore.
Facciamo il caso che tu ti senti “importante” perché hai un bel posto, riconosciuto e magari invidiato. Ma chi è che è stimato: te come persona o il tuo posto? E’ il dramma delle persone famose: sono amate non perché sono persone ma perché sono famose.
Se ti senti “qualcuno” perché sei laureato o hai dei titoli, chi saresti senza tutto questo? Lo studio dà una competenza non il valore!
Se ti senti “qualcuno” perché gli altri ti stimano, chi saresti senza l’approvazione degli altri? La stima degli altri vissuta così diventa una dipendenza.
Se ti senti “degno di rispetto” perché non hai mai fatto nulla di male, cosa faresti in caso di errore? L’errore, vissuto così, non è più occasione per imparare ma dramma di vita.
Se ti senti “qualcuno” perché puoi permetterti questo e quello, chi saresti senza tutto ciò? Le cose, vissute così, diventano idoli.
Ma se qualcosa determina il mio valore, allora non lo posso perdere perché se lo perdo, perdo il mio valore. Quindi mi attacco e ne divento schiavo.
Quando facciamo dipendere il nostro valore da un posto iniziano i problemi.
Se il tuo valore dipende dalla funzione genitoriale (cioè ti senti qualcuno perché dai, ti prendi cura, ti preoccupi e i figli assolvono pienamente questa funzione e questo bisogno di dare) come puoi lasciarli andare? E se vanno, che te ne fai dopo della vita?
Se il tuo valore dipende dal fatto che sei una bella donna, quando passano gli anni che fai? D’accordo un lifting, una liposuzione, il botulino, ma l’unico valore è essere belli?
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