Sono sentenze di morte: uno si sente la vita già fatta, già programmata, già decisa. Si sente in gabbia.
Certo l’influenza della famiglia è decisiva, fondamentale. Se nasci in Italia impari l’Italiano. Se nasci in una famiglia impari quel linguaggio familiare. Ma non è un destino segnato, incontrovertibile, già fissato.
Io posso costruire il mio destino; io posso sottrarmi all’influsso, alla dipendenza familiare; posso rompere la catena che mi tiene legato a certe situazioni che si perpetuano nel tempo.
Ma l’uomo dev’essere accogliente, aperto, sensibile, altrimenti il messaggio non viene letto, non viene accolto e non viene recepito.
Per questo è importante saper ascoltare, fermarsi, far silenzio, darsi l’opportunità e l’occasione per poter sentire, per poterci sentire, per poterLo sentire.
Ci sono delle cose che dovremmo vedere ma che ci fanno troppo male. Allora la nostra mente le elimina: “Non ti voglio vedere altrimenti starò male” e così le di-mentichiamo. Ma da qualche parte ci sono e di notte quando i guardiani (le censure) delle nostre cantine dormono, tutto ciò che è sopito si risveglia.
Così sogniamo mostri, demoni (alcune persone il demonio stesso: non è il demonio, è il male che hai dentro!), campi di concentramento, nazisti e quant’altro di pericoloso che ci terrorizza, ci insegue, ci vuole imprigionare, ci attacca. E’ la nostra vita repressa, rinchiusa, umiliata, incarcerata, sofferente, traumatizzata, che si fa sentire, che vorrebbe la nostra attenzione e il nostro amore.
Ci sono delle luci in noi, delle consapevolezze così grandi che se ci fossero dette di giorno non ci crederemmo.
Il sogno svela di notte quello che per noi è troppo difficile o forte da accettare; oppure quello che non vogliamo vedere o che è intenso, emotivamente forte; o ancora la nostra verità profonda, così vera, così bella che noi non ci crediamo.
Molte persone non credono al proprio valore. Però sognano perle, gioielli, orecchini, pendagli, tesori antichi: “Tu hai un valore, sei prezioso, renditene conto”. Più chiaro di così!
Per molte persone, i sogni sono dei raccontini, dei divertimenti; divengono delle verità se le accogli e inizi ad accettare che ciò che vedi ti ri-guarda, sei tu.
Il sogno è più reale di quello che noi crediamo perché il sogno parla di noi anche se noi non lo vogliamo, anche se noi rifiutiamo di identificarci in ciò che vediamo, anche se noi rifiutiamo quello che Lui ci dice.
Conoscere i propri sogni è un esercizio di grande umiltà. Perché il sogno ti dice: “Tu sei in carcere, accorgitene. Tu hai una rabbia da far a pezzi tutti (e così si sogna di massacrare e di uccidere, oppure denti che cadono). Tu hai qualcosa di morto in te, un cadavere che devi tirare fuori (e si sogna persone morte). In te c’è una battaglia e un conflitto tremendo (sogni nazisti, guerre, sparatorie). C’è qualcosa che dovresti vedere e che non vuoi vedere, che ti insegue (inseguimenti). Hai perso il controllo della tua vita, non la gestisci più tu (un altro guida la tua auto; l’auto non frena); la tua vita sta imboccando una direzione pericolosa, fermati! (sogni un incidente). Sento che non posso contare su di me (sogno di cadere), che non ho appoggi, aiuti, riferimenti; la mia forza profonda, la mia vitalità, la mia sessualità vuole la mia attenzione (serpenti); c’è una parte della mia persona che sta vegetando o che è ammalata (ospedale, medici); ti manca qualcosa (sogni di essere in ritardo, di mancare l’appuntamento, di perdere qualcosa); il tuo istinto, i tuoi bisogni vogliono la tua attenzione (animali). Sei pieno di emozioni dolorose (sangue) o di cui sei in balia (mare in tempesta, onde altissime). C’è qualcosa che sta per nascere (essere incinti): accorgitene; stai per trovare la soluzione ad una situazione difficile (trovi una chiave, un passaggio, strada nuova).
Noi possiamo essere scettici, perplessi, indifferenti a tutto questo. Possiamo addirittura ridacchiare. L’atteggiamento che l’uomo ha per i sogni è lo stesso atteggiamento che ha per la propria anima. Perché se accetti questa luce che viene devi fare qualcosa. E questo non ci piace tanto. Se accetti ciò che Dio tenta di dirti allora non puoi più far finta di niente. Per questo è più facile dire: “Sono solo sogni”, come a dire: “Stupidaggini, scemenze”. Per questo è più facile ridere e sghignazzare.
Altri vorrebbero leggere un libro e interpretare: il libro dice che questo simbolo vuol dire questo. La loro domanda è: “Cosa vuol dire?”. Non cosa vuol dire ma: “Cosa ti vuol dire”. Non devi chiedere all’esperto, devi imparare ad ascoltare il suo messaggio, a decifrare le sue immagini. Devi iniziare ad accoglierlo, ad amarlo, a fargli spazio, perché ciò che vedi sei tu.
Un sogno non è questione di curiosità ma è un messaggio di Dio, del profondo. Un sogno, quindi, non è mai uno sfizio della mente ma una spinta ad agire, a diventare consapevoli.
Un sogno è un cammino, una strada: ci puoi credere o no, tutto sta a te. Se ci credi il sogno ti dice: “Tu sei così. Tu stai andando in questa direzione. Lo sai, quindi, non aver paura e affronta ciò che devi affrontare”. Un sogno ti coinvolge. Se non ci credi è solo un discorso da salotto e non serve a niente.
domenica 22 dicembre 2013
RICOMINCIA!
RICOMINCIA
Se sei stanco e la strada ti sembra lunga,
se ti accorgi che hai sbagliato strada,
...Non lasciarti portare dai giorni e dai tempi, Ricomincia.
Se la vita ti sembra troppo assurda,
Se sei deluso da troppe cose e da troppe persone
...Non cercare di capire il perché, Ricomincia.
Se hai provato ad amare ed essere utile,
Se hai conosciuto la povertà dei tuoi limiti,
...Non lasciar là un impegno assolto a metà, Ricomincia.
Se gli altri ti guardano con rimprovero,
Se sono delusi di te, irritati,
...Non ribellarti, non domandar loro nulla, Ricomincia.
Perché l'albero germoglia di nuovo dimenticando l'inverno,
Il ramo fiorisce senza domandare perché,
E l'uccello fa il suo nido senza pensare all'autunno,
Perché la vita è speranza e sempre ricomincia...
domenica 15 dicembre 2013
Basta aprire gli occhi!
Basta aprire gli occhi! Fermati, concediti tempo e guarda! Non c’è altro da fare.
La gente corre e continua a correre sempre di più; cerca qualcosa che la stupisca, che la meravigli; cerca un’emozione forte che le riempia l’animo; c’è chi “si fa di coca” pur di trovare eccitazione. Ma la vita è già eccitante non serve provocare altre emozioni. Noi siamo un fenomeno in fibrillazione: gli atomi delle nostre cellule sono così “eccitati” che sembrano pazzi da quanto si muovono e danzano.
La vita va contemplata non comprata; va guardata non presa; va assaggiata, gustata non posseduta.
Quando noi guardiamo una foresta ci chiediamo quanto legname potremmo ricavarne; se vediamo le stelle alpine ce le portiamo a casa; se vediamo qualcosa di bello ce lo vogliamo comprare; se vediamo una bella donna la vorremmo possedere, la vorremmo tutta per noi. Guardiamo per prendere. Guardiamo ma non vediamo. Siamo ciechi e crediamo di vederci.
Vedere è assaporare e gustare tutto, ma sapere che non si possiede nulla. Abbeverarsi di tutto ciò che si vede, che entra nei nostri cuori, nei volti, come la luce entra nelle nostre case: con rispetto. La luce entra ma non possiede, non cambia, non sporca, non rovina. Entra ed esce senza alterare nulla.
A noi questo fa ridere: di ben altre cose dobbiamo occuparci noi! Ma perché poi siamo così tristi? Perché poi siamo così depressi? Perché poi ci lamentiamo sempre? Perché poi ci condanniamo a vivere rassegnati? E se tutto questo non ci riempie, non ci stupisce, allora nulla ci potrà riempire. Se questo non ci riempie è perché siamo ancora ciechi o, come direbbe Gesù, ammalati.
Non è malattia dell’anima non guardare mai negli occhi, in silenzio, senza dire nulla, guardandosi non gli occhi ma dentro (cioè nell’anima), il proprio amore, chi ami, il tuo compagno di vita?
Non è malattia dell’anima non osservare meravigliati il proprio figlio che gioca, che dorme, che fa le sue conquiste, che cresce, che diviene, che ride o che piange?
Non è malattia dell’anima non vedere la sofferenza del proprio figlio, i suoi blocchi, le sue paure, non rendersene conto, neppure considerarle, neppure sentire la sofferenza che vive?
Non è malattia dell’anima non vedere, neppure rendersi conto che si è sprezzanti, giudicanti, “cattivi”, che dentro si ha un demonio che assale chi c’è vicino e tutti quelli che incontriamo?
Non è malattia dell’anima non rendersi conto, non vedere che non solo stiamo invecchiando, ma che soprattutto stiamo morendo dentro, vuoti di vitalità, di slanci, di passione?
Non è malattia dell’anima non vedere le cose come stanno e trovare sempre giustificazioni, “che sono gli altri”, “che siamo sfortunati”, “che la vita va così”, “che se avessimo un altro carattere”, “che sono state le persone che abbiamo incontrato” o trovare sempre dei motivi validi per non vedere e affrontare mai la realtà (“è difficile; quando avrò tempo; domani; non ce la faccio”)?
Non è malattia dell’anima essere indifferenti ai problemi di un pianeta che muore di fame, che muore d’inquinamento, che muore per gli interessi economici, che muore sostanzialmente per l’indifferenza di noi tutti?
domenica 8 dicembre 2013
8 dicembre - Immacolata Concezione
La donna concepisce.
Come madre essa è differente dalla donna che ancora non è madre.
Per nove mesi porta nel suo corpo le conseguenze di una notte.
Cresce qualcosa.
Qualcosa cresce nel suo corpo e dal suo corpo mai scomparirà.
Poiché essa è madre.
E rimane madre, anche se il bambino o tutti i bambini morissero.
Poiché essa ha portato il bambino sotto il suo cuore.
Poi, quando il bambino nascerà, essa continuerà a portarlo nel suo cuore. E dal suo cuore non scomparirà mai.
Nemmeno quando il bambino fosse morto.
Tutto questo l'uomo non lo conosce.
Egli non sa nulla di tutto questo.
Egli non conosce la differenza tra il prima e dopo dell'amore.
Solo la donna sa, può parlare e testimoniare.
Solo la donna sa la differenza tra il prima e il dopo dell'amore.
(Testo abissino)
Verginità e Sterilità.
Non conta sapere cos'è la vita; l'importante è vivere.
Non conta sapere chi è Dio; l'importante è esserne inebriati.
Non conta sapere che cos'è l'amore; l'importante è amare.
Non conta sapere qual è il mio destino; l'importante è viverlo.
Non ti succeda mai che, mentre tu tenti di capire la vita, la vita passi.
Sei vergine quando dentro la tua testa ci sei tu e non quello che pensano gli altri. Sei contaminato quando dici sempre: "Ma cosa devo fare? Ma cosa si fa?'". Ma tu cosa pensi? Sei lontano da te, sei determinato da altri e da altri pensieri, e per questo non vivi la tua vita. Sei contaminato quando non puoi deludere gli altri, quando fai come tutti, quando ti conformi agli altri o alla maggioranza, quando hai la testa piena di paure o di pensieri. Sei contaminato quando guardi il mondo e non puoi che vedere lo schifo e il marcio che c'è. Sei contaminato quando guardi le persone e non puoi non sottolinearne i difetti e ciò che non va. Sei contaminato quando sei sempre triste, depresso, arrabbiato: ma dov'è finita la gioia del tuo bambino? Sei contaminato quando la vita non esplode più in te. Perché non sai più emozionarti, gioire? Sei contaminato quando riduci i tuoi sogni e la tua missione per non esporti troppo, per non rischiare, perché non si sa mai: hai guadagnato "tranquillità" ma hai tradito la tua anima, il Dio che c'è in te. Sei contaminato quando stai rivivendo pari pari la vita dei tuoi genitori e non te ne accorgi neanche. Sei come loro, ti comporti come loro e per quanto neghi, stai ripetendo. Sei contaminato quando guardi per possedere, per prendere, quando invidi, quando sei avido di quello che gli altri hanno, quando non sai godere della felicità di altri. Hai perso la tua verginità quando non c'è più nulla di spontaneo, di tuo, ma tutto è calcolato, tutto è ponderato, tutto si conforma all'immagine da dare; hai perso la verginità quando non sai più chi sei. Ho visto un servizio su di una tribù dell'Australia che per migliaia di anni ha vissuto secondo le leggi della natura e sono stati felici e in pace. Poi è arrivata la civiltà occidentale: auto, coca-cola, televisione, radio, soldi, armi. La tribù si è "convertita" ed è sparita nel giro di cinquant'anni. Quando perdi la tua identità e ti fai contaminare fai la stessa fine: sparisci! Il pericolo della verginità è la sterilità: nulla da eccepire sulla tua vita semplicemente perché non c'è proprio nulla. Quante vite sterili: si è perso la vitalità, si è persa la persona.
Sei vergine quando dentro la tua testa ci sei tu e non quello che pensano gli altri. Sei contaminato quando dici sempre: "Ma cosa devo fare? Ma cosa si fa?'". Ma tu cosa pensi? Sei lontano da te, sei determinato da altri e da altri pensieri, e per questo non vivi la tua vita. Sei contaminato quando non puoi deludere gli altri, quando fai come tutti, quando ti conformi agli altri o alla maggioranza, quando hai la testa piena di paure o di pensieri. Sei contaminato quando guardi il mondo e non puoi che vedere lo schifo e il marcio che c'è. Sei contaminato quando guardi le persone e non puoi non sottolinearne i difetti e ciò che non va. Sei contaminato quando sei sempre triste, depresso, arrabbiato: ma dov'è finita la gioia del tuo bambino? Sei contaminato quando la vita non esplode più in te. Perché non sai più emozionarti, gioire? Sei contaminato quando riduci i tuoi sogni e la tua missione per non esporti troppo, per non rischiare, perché non si sa mai: hai guadagnato "tranquillità" ma hai tradito la tua anima, il Dio che c'è in te. Sei contaminato quando stai rivivendo pari pari la vita dei tuoi genitori e non te ne accorgi neanche. Sei come loro, ti comporti come loro e per quanto neghi, stai ripetendo. Sei contaminato quando guardi per possedere, per prendere, quando invidi, quando sei avido di quello che gli altri hanno, quando non sai godere della felicità di altri. Hai perso la tua verginità quando non c'è più nulla di spontaneo, di tuo, ma tutto è calcolato, tutto è ponderato, tutto si conforma all'immagine da dare; hai perso la verginità quando non sai più chi sei. Ho visto un servizio su di una tribù dell'Australia che per migliaia di anni ha vissuto secondo le leggi della natura e sono stati felici e in pace. Poi è arrivata la civiltà occidentale: auto, coca-cola, televisione, radio, soldi, armi. La tribù si è "convertita" ed è sparita nel giro di cinquant'anni. Quando perdi la tua identità e ti fai contaminare fai la stessa fine: sparisci! Il pericolo della verginità è la sterilità: nulla da eccepire sulla tua vita semplicemente perché non c'è proprio nulla. Quante vite sterili: si è perso la vitalità, si è persa la persona.
domenica 1 dicembre 2013
Voglio che la morte mi trovi vivo.
A volte basterebbe solamente fermarsi un attimo ed essere veri con sé: “Perché sono così infelice? Perché sono sempre insoddisfatto con tutti? Perché sono sempre inquieto, tormentato, nervoso?”.
A volte basterebbe farsi la grande domanda: “Perché non mi fermo e mi ascolto? Perché non do voce a ciò che ho dentro? Perché devo correre sempre, fare in continuazione e non posso ascoltarmi? Se non posso ascoltarmi vuol dire che c’è qualcosa che temo dentro di me. Se non posso ascoltarmi vuol dire che sono sempre in fuga per non sentire certe cose. Ma se neppure io ascolto me stesso, chi lo farà? E come potrò ascoltare gli altri se neppure so ascoltare me stesso?”
Il grande rischio è quello, presi dalla quotidianità, dalle preoccupazioni e soprattutto da mille distrazioni, di lasciar morire la parte più vera di noi, la nostra vitalità interna. Morte non è solo uccidere qualcuno, ferire, denigrare o picchiare. Morte è non essere ciò che posso essere. Morte è non far uscire l'energia, la vitalità, che c'è in me. Morte è non tirare fuori le mie doti, le mie capacità. Morte è vivere a bassa quota quando si è aquile. Morte è non provare più nulla, essere freddi, non sapersi né entusiasmare né indignare, essere apatici, abulici, senza emozioni. Morte è non sapersi più innamorare per paura di ciò che poi potrà succedere o non credere più nell'amore. Morte è non saper più piangere, ridere o commuoversi, amare. Alcuni uomini muoiono una volta sola, altri tutti i giorni. Voglio che la morte mi trovi vivo.
Il grande rischio è quello, presi dalla quotidianità, dalle preoccupazioni e soprattutto da mille distrazioni, di lasciar morire la parte più vera di noi, la nostra vitalità interna. Morte non è solo uccidere qualcuno, ferire, denigrare o picchiare. Morte è non essere ciò che posso essere. Morte è non far uscire l'energia, la vitalità, che c'è in me. Morte è non tirare fuori le mie doti, le mie capacità. Morte è vivere a bassa quota quando si è aquile. Morte è non provare più nulla, essere freddi, non sapersi né entusiasmare né indignare, essere apatici, abulici, senza emozioni. Morte è non sapersi più innamorare per paura di ciò che poi potrà succedere o non credere più nell'amore. Morte è non saper più piangere, ridere o commuoversi, amare. Alcuni uomini muoiono una volta sola, altri tutti i giorni. Voglio che la morte mi trovi vivo.
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