giovedì 28 febbraio 2013

Apri il tuo sguardo...

Un giorno due frati si trovarono insieme nel chiostro di un convento, intenti a pregare. 
Il primo stava inginocchiato in un angolo, mentre il secondo passeggiava lungo il perimetro del chiostro, salmodiando e fumando una sigaretta. 
Quello che stava inginocchiato rimproverò l’altro, ricordandogli che il superiore gli aveva rifiutato il permesso di fumare mentre pregava. 
Il compagno rispose allora sorridendo che lui, invece, non aveva avuto difficoltà a ottenere il permesso: aveva chiesto al superiore se poteva pregare mentre… fumava!
Apri il tuo sguardo: la realtà è molto più ampia della tua testa.

domenica 24 febbraio 2013

La Vita ha bisogno di te*

La forza viene dalla consapevolezza di saper cosa si deve fare e dal farlo. 
Allora il tempo passa ma c'è un obiettivo; allora si vive ma c'è un senso; allora le tue fatiche, le tue lotte, hanno un senso; allora non ti disperdi più ma ti concentri in ciò che è la tua meta; allora senti che il tuo esserci è una benedizione per te e per il mondo, che è bene che tu ci sia, non perché sia accettato da tutti ma perché la Vita ha bisogno di te.

Mistica Felicità*

Trasfigurazione è quando percepisci al di là dei tuoi limiti e della tua debolezza chi sei tu e cos'è la vita. E' andare all'essenza, al centro delle cose; è la visione della realtà. La nube, la quotidianità, la forma, la materia, la nasconde: ma a volte uno sguardo di luce la penetra e tu vedi l'essenza della vita. 
La vita è lavoro e durezza ma in certi giorni ti vien da dire: "Potrei anche morire, tanto sono pieno", sappi che questa è trasfigurazione, felicità. 
Un fiore, un tramonto, il volo degli uccelli, non è niente di particolare: ma se tu "guardi", entri dentro e allora puoi emozionarti per ciò che vedi. Non sei matto, infantile o una femminuccia: è trasfigurazione. 
Se ti capita di piangere a dirotto senza parole perché colmo quando qualcuno ti ha detto: "Ti amo!", oppure: "Mi sposi", oppure: "Sono incinta, aspettiamo un figlio", sappi che questa è trasfigurazione. 
Se ti è capitato di prendere in braccio tuo figlio appena nato e di guardarlo e di chiederti: "Ma viene da me? Ma l'ho fatto io?" e di essere incredulo e di non volerti staccare da lui, sappi che questa è trasfigurazione. 
Se ti è capitato di piangere solo perché eri felice e per nessun altro motivo, sappi che questa è trasfigurazione. 
Se ti è capitato di innamorarti, di perdere la testa per qualcuno, di provare l'emozione che fa battere il cuore, sappi che questa è trasfigurazione. 
Se ti è capitato di appassionarti per la musica, per la poesia, per la verità e di voler vivere solo per lei, sappi che il mondo dirà che sei "matto, scemo, fuori di testa", ma tu conoscerai la felicità. 
Se ti è capitato di essere in mezzo al casino totale o di non poter far più nulla per chi di caro sta morendo e di sentire di essere nelle mani di Dio e della Vita, sappi che questa è la felicità del cuore. 
Se ti è capitato un fatto che ti ha cambiato la vita, che ti ha salvato, per cui tu non sei più stato e non hai più potuto essere quello di prima perché intimamente toccato, sappi che questa è trasfigurazione. 
Se ti è capitato di essere attaccato e di soffrire per ciò che credi e per le tue idee ma di non essere sceso a compromessi, di non aver patteggiato, rimanendo autentico, sappi che questa è trasfigurazione. Allora puoi guardarti allo specchio con la dignità di un uomo e il coraggio di un guerriero. 
Se ti è capitato qualche volta di sentirti parte di un'unità più grande dove tutto è unito e collegato, dove nulla è diviso e diverso, fratello e sorella di tutto ciò che vive ed esiste, sappi che questa è mistica, felicità.

Io sono unico.

Un criterio di realizzazione personale è vivere la propria originalità. Io sono unico: è per questo che ci sono. Se non fosse così non ci sarei perché non avrebbe senso il mio esserci. Le fotocopie in natura non esistono; Dio fa nascere solo pezzi unici, il resto non serve. 
La maggior parte delle persone tende a conformarsi, a fare come tutti. Il motivo è ovvio: "Se faccio come tutti sarò accettato e non mi butteranno fuori dal branco". 
Cosa succede in un branco di animali quando uno si comporta diversamente dagli altri? Viene allontanato perché è pericoloso per l'intero gruppo, rimettendo in discussione tutti i valori su cui il gruppo si basava. 
Conformarsi, attendere alle aspettative degli altri, ha un unico scopo: "Cercare di non essere rifiutati, di non essere cacciati fuori dal gruppo, di essere accettati, di poter appartenere a quel gruppo". E' per questo che quando siamo bambini, abbiamo un bisogno assoluto di rimanere nel nostro gruppo (il branco qui è la famiglia) e ci adattiamo, volenti o nolenti, a ciò che ci viene richiesto. Un bambino non può permettersi di essere cacciato dalla propria famiglia: morirebbe. Quindi non gli rimane che adattarsi. Ma io non sono più un bambino. Io sono grande, sono un adulto e sono qui a questo mondo per vivere il mio destino, compiere la mia missione e far emergere la mia originalità. 
Se sono me stesso è ovvio, normale, vitale, che io non assomigli a nessuno. Perché se sono come gli altri è chiaro che non sono come me. Essere come tutti vuol dire aver fallito la propria unicità. Quando ci dicono: "Tu caro, sei proprio diverso" (e la cosa ci fa sentire un po' in colpa), dovremo rispondere: "Sì, è proprio così e sono felice che sia così". Oppure: "Tu non assomigli a nessuno!": "Ho lavorato tanto perché non accada!". Oppure: "Ma perché non fai come tutti?": "Perché io sono unico!". 
E se il gruppo ci dirà: "Non ci piaci così perché non sei come noi (vorremmo o facciamo)", dobbiamo aver la forza di sostenere anche la loro disapprovazione o esclusione perché altrimenti saremo sempre in loro balia e non potremo seguire la nostra strada. Il grande modello rimane Gesù che fu davvero unico, diverso da tutti, "fuori" da tutti gli schemi: chi segue Dio non segue nessun altro.

venerdì 22 febbraio 2013

Scegliamo la Felicità!

La felicità è una scelta.
Il pessimista comincia con ciò che manca, l'ottimista con ciò che c'è. Il pessimista alla sera: "Adesso comincia a far buio",
l'ottimista: "Adesso comincio a vedere le stelle".
Il pessimista descrive l'oscurità che lo circonda,
l'ottimista accende la luce.
Il pessimista in un paese di scalzi dice: "Nessuna possibilità di vendere scarpe, nessuno le porta". L'ottimista: "Enormi possibilità, nessuno ha le scarpe".
Il pessimista dice. "Domani è lunedì",
l'ottimista: "Oggi è domenica".
Il pessimista vede passare la storia, l'ottimista la costruisce.
La realtà è sempre quella: scegli cosa di vedere.
E ciò che vedi diventerai.

Non facciamoci dei mali immaginari,
sapendo che ne dobbiamo incontrare tanti di veri.
(Oliver Goldsmith)

Un pessimista è uno che non si sente mai troppo bene quando sta bene perché teme di sentirsi peggio, quando sta meglio.
(George Bernard Shaw)

Un pessimista vede le difficoltà in ogni opportunità;
un ottimista vede opportunità in ogni difficoltà.

domenica 17 febbraio 2013

Il deserto e la prova*

La più grande tentazione è non tentare.

La più grande tentazione è quella di fuggire la tentazione, di evitarci ciò che è difficile. Sembra una soluzione ma non lo è. E, invece, il deserto non lo si può evitare: bisogna rimanerci dentro tutto il tempo che serve.
Ma come il vento scuote l'albero non per farlo cadere ma per radicarlo ancor di più nel terreno così la prova non "ci fa male" per farci soffrire ma per radicarci ancor di più dentro di noi, nel mistero della vita e di Dio.

Le illusioni*

Le  illusioni sulla nostra vita: "Se fossi stato; se avessi agito così; se fossi nato da un'altra parte; se le cose fossero andate diversamente; se non fosse successo che; se avessi conosciuto altre persone; se avessi avuto un'altra famiglia; se fossi nato in un altro paese".
Le illusioni sugli altri: "Se cambierà; se troverò l'uomo giusto; se capiterà che lui; quando lui sarà diverso".
Le illusioni di felicità: "Se avrò i soldi; se avrò quella donna; se sarò più magro, più bello, "rifatto"; se avrò quell'auto; se farò carriera e arriverò là, ecc".
Le illusioni sul futuro: "Se mi capiterà quella cosa; se sarò fortunato; e se mi capitasse quella sventura?; e se le cose cambieranno?; e se le cose non cambieranno?; e se accadrà che?; e che ne sarà di me?; ce la farò?; e se non mi accetteranno?".
Satana insinua il dubbio riportandoci a ciò che è stato, all'irrealtà di come sarebbe stato se o sarebbe se... Ma ciò che è stato, è stato. E ciò che è, è. La realtà non si cambia, si vive. Oppure ci porta nel futuro mettendoci paura su come potrebbe essere. Ma il futuro non c'è, c'è solo il presente, c'è solo l'oggi.
Il diavolo fa così: ti fa vedere una cosa (miraggio) e tu la rincorri. Ma siccome è un miraggio non la raggiungi mai. Se non sei felice oggi, nulla domani ti farà felice. Perché la vita non è questione di cosa si ha, ma di quanto la si può gustare e sentire.
Un uomo aveva sempre detto: "A sessant'anni i figli saranno grandi, non avrò più grandi problemi, avrò un certo gruzzolo in banca, smetterò di lavorare e mi godrò la vita". Lo diceva e aspettava questo momento da quando aveva vent'anni. E così fece. Come compì sessant'anni si disse: "Adesso vado in pensione e mi godrò, finalmente, la vita". Andò in pensione; dopo due mesi si ammalò di cancro e morì.
"Se" aspetti quella cosa per essere felice, per vivere, per fare, per scegliere, non lo farai mai.

venerdì 15 febbraio 2013

Cosa succede se digiuniamo?

Noi siamo pieni, zeppi di anestetici che sedano le nostre voci interne. Se non dormiamo prendiamo i tranquillanti. Se andiamo facilmente in ansia, ci “facciamo alcune gocce” per calmarci. Se siamo “troppo eccitati” con alcune gocce torniamo a poterci gestire. Fumiamo così tanto perché “calmiamo” le nostre tensioni interne: le droghiamo per non sentirle. La cocaina è così diffusa e in continuo aumento, per dare una parvenza di felicità ad un’esistenza infelice. Ci buttiamo nel bere e nell’alcool per annegare tutto il disagio che c’è dentro. Ci rimpinziamo di cibo per non per percepire la fame d’amore che bussa dentro di noi. Ci buttiamo nel lavoro per dare importanza e senso ad un’esistenza che altrimenti non avrebbe senso. Non facciamo altro che sistemare sempre e di continuo la casa con continui lavori e faccende solo perché non sappiamo fare nient’altro (e ce la raccontiamo di quanto ci impegni la casa!). Abbiamo bisogno ogni giorno di sesso e di provocazione per eccitare una vita evidentemente morta. Abbiamo bisogno di parlare sempre e siamo un fiume in piena e dilagante, per zittire le urla che abbiamo dentro.
Cosa succede se non c’è più radio, né tv? Cosa succede quando devi fare silenzio e stare con te? Cosa succede se digiuniamo da tutto questo? Cosa succede se non possiamo fare più niente di tutto questo? Cosa succede se tutto quello che facevi prima adesso non lo puoi più fare?
Sai che succede? Succede che tutto quello che tenti (tentazione!) di coprire adesso esce. Quando digiuni, quando cioè non puoi più nasconderti, quando cioè non c’è più una via di fuga, allora sei di fronte a te stesso nella tua verità. E potrebbe non piacerti. Potresti rifiutare di vederti così.
Quando digiuni da tutto questo ti metti di fronte a te stesso nella tua nudità. Allora tutti i mostri che hai dentro vengono fuori e sembrano sbranarti. Per questo faremo di tutto pur di non far silenzio, pur di non fermarci, pur di non guardarci allo specchio, pur di evitare che qualcuno ci metta di fronte alla verità.
La gente preferisce magari fare “cose buone”, magari aiutare qualcuno, ma stare di fronte a se stessi per quello che si è, questo all’inizio è veramente terribile.
Quando Adamo ed Eva cadono nella tentazione del serpente si scoprono nudi. Non è una punizione, è una realtà. Quando ti vedi per quello che sei, quando accetti di stare con te, quando fai silenzio allora emerge tutta la tua nudità, la tua vulnerabilità, la vera realtà che hai dentro. Allora tutti i mostri, anche quelli più dimenticati, anche quelli più lontani, anche quelli più terribili, si materializzano di fronte a te. E chi mai vorrebbe andare nel deserto? E chi mai vorrebbe “smettere di riempirsi” in modo da anestetizzare tutto questo?

Il cuore ha sete d'infinito*

Sono impazzito per lo sport,
ma poi ho scoperto che dietro ai campioni
circolavano decine di miliardi.
Ho comprato una macchina bella,
ma sull’autostrada mi ha superato
un’auto più veloce e più bella della mia.
Ho trovato un posto per lavorare
e mi sono trovato faccia a faccia
con soprusi, ingiustizie e disonestà.
Ho sposato una causa politica,
ma dopo un po’ di tempo ho toccato con mano
che è manovrata da mani sporche
a servizio di sporchi interessi.
Hai ragione tu, Signore.
Le motivazioni del mio vivere
non stanno in ciò che il mondo mi offre.
Il cuore ha sete d’infinito,
ove c’è lucentezza e verità assolute.
Ed è proprio nella tua Parola
che trovo quell’immenso pulito
che mi realizza nella totalità
del mio progetto d’uomo, degno di essere vissuto.

mercoledì 13 febbraio 2013

Cenere in testa e acqua sui piedi...

Carissimi,

cenere in testa e acqua sui piedi.

Tra questi due riti, si snoda la strada della quaresima. Una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri.

A percorrerla non bastano i cinquanta giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala.

Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all’acqua, più che alle parole. Non c’è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un «linguaggio a lunga conservazione».

È difficile, per esempio, sottrarsi all’urto di quella cenere.

Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine. E trasforma in un’autentica martellata quel richiamo all’unica cosa che conta: «Convertiti e credi al Vangelo».

Peccato che non tutti conoscono la rubrica del messale, secondo cui le ceneri debbono essere ricavate dai rami d’ulivo benedetti nell’ultima Domenica delle Palme. Se no, le allusioni all’impegno per la pace, all’accoglienza del Cristo, al riconoscimento della sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella Gerusalemme del cielo, diverrebbero itinerari ben più concreti di un cammino di conversione.

Quello «shampoo alla cenere», comunque, rimane impresso per sempre: ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi detriti terrosi che il mattino seguente, sparsi sul guanciale, fanno pensare per un attimo alle squame già cadute dalle croste del nostro peccato.

Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell’acqua nel catino. È la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Da bambini, l’abbiamo «udita con gli occhi», pieni di stupore, dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in prima fila e spiare da vicino le emozioni della gente.

Una predica, quella del giovedì santo, costruita con dodici identiche frasi: ma senza monotonia. Ricca di tenerezze, benché articolata su un prevedibile copione. Priva di retorica, pur nel ripetersi di passaggi scontati: l’offertorio di un piede, il levarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio.

Una predica strana. Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle ostie consacrate.

Miraggio o dissolvenza? Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell’attesa di Cristo? «Una tantum» per la sera dei paradossi, o prontuario plastico per le nostre scelte quotidiane?

Potenza evocatrice dei segni!

Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua. La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l’ardore, mettiamoci alla ricerca dell’acqua da versare… sui piedi degli altri.

Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa.

Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.

Don Tonino Bello

venerdì 8 febbraio 2013

Siete figli di Dio*

Non abbiamo paura di non essere all'altezza,
la vera paura che abbiamo è di essere troppo potenti...
Non sono le zone d'ombra a terrificarci di più,
ma la luce che è in noi.
Perché, chi siamo noi per essere così brillanti, formidabili,
pieni di talento e di risorse?
Effettivamente, chi vi credete di essere, voi,
per non poter essere tutto ciò?
Siete figlie e figli di Dio.
Fare i piccoletti, non aiuta il mondo.
Disprezzare se stessi per riconfortare gli altri intorno a sé,
non ha nulla di eccezionale.
Siamo stati creati tutti (e non solo qualcuno di noi)
per diffondere la gloria di Dio che è in noi.
Quando la lasciamo risplendere,
incitiamo gli altri a fare lo stesso.
Quando abbandoniamo le nostre paure,
la nostra presenza aiuta gli altri a liberarsi delle loro".

 Nelson Mandela

domenica 3 febbraio 2013

Febbraio 2013

3 febbraio.
Il pittore Coubert dava ai suoi allievi queste regole:
1. Non fare quello che faccio io.
2. Non fare quello che fanno gli altri.
3. Se tu fai quello che un giorno ha fatto Giotto, tu non vivrai, perché tu non sei Giotto.
4. Fa quello che vedi, quello che senti, quello che vuoi tu!

10 febbraio.
O si va o si sta. Non ci sono vie di mezzo. O ci si fida o si rimane lì  per sempre. Ad un certo punto bisogna rischiare, bisogna osare, bisogna a andare. Si chiama semplicemente fede: mi fido e vado. Non so dove ma mi fido. Che succederà? Cambieranno gli affetti? Perderò qualcuno? Soffrirò? E poi se mi sbaglio? Domande legittime, certo. Ma se ascolti la paura non prenderai mai il volo.

13 febbraio (Mercoledì delle ceneri)
"Cenere in testa e acqua sui piedi. Una conversione dalla testa ai piedi." Una Benedetta e Santa Quaresima!

17 febbraio (Prima domenica di Quaresima).
La più grande tentazione è di fuggire la tentazione, di evitarci ciò che è difficile. Sembra una soluzione ma non lo è. E, invece, il deserto non lo si può evitare: bisogna rimanerci dentro tutto il tempo che serve.
La più grande tentazione è non tentare...

24 febbraio (Seconda domenica di Quaresima).
Se sono me stesso è ovvio, normale, vitale che io non assomigli a nessuno. Perché se sono come gli altri è chiaro che non sono come me. Essere come tutti vuol dire aver fallito la propria unicità. Io sono unico e per questo che ci sono. Dio fa nascere pezzi unici!

La forza viene dalla consapevolezza di saper cosa si deve fare e dal farlo. Allora il tempo passa ma c'è un obiettivo; allora si vive ma c'è un senso; allora le tue fatiche, le tue lotte, hanno un senso; allora non ti disperdi più ma ti concentri in ciò che è la tua meta; allora senti che il tuo esserci è una benedizione per te e per il mondo, che è bene che tu ci sia, non perché sia accettato da tutti ma perché la Vita ha bisogno di te.